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	<title>psicomilano</title>
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	<description>Studio di Psicologia e Psicoterapia - Milano &#124; Ansia, Stress, Ipocondria, Problemi Adolescenziali di Coppia e in Famiglia</description>
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		<title>TESTO2</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Feb 2012 00:42:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tdomf_fe496</dc:creator>
				<category><![CDATA[Adolescente]]></category>

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		<description><![CDATA[TESTO Prova Forum]]></description>
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		<title>Dipendenza da Internet</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Jan 2012 09:42:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>studiocorvetto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Internet]]></category>
		<category><![CDATA[dipendenza]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
		<category><![CDATA[malessere]]></category>

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		<description><![CDATA[Lo sviluppo e l’utilizzo delle nuove tecnologie in particolare di Internet e di tutte le sue diverse applicazioni sono diventate ormai parte integrante della nostra vita scolastica, lavorativa e del nostro tempo libero.  Migliaia sono le possibilità di ampliare le nostre conoscenze, di entrare in contatto con qualsiasi tipo di informazione e contenuto, di scambiare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Lo sviluppo e l’utilizzo delle nuove tecnologie in particolare di Internet e di tutte le sue diverse applicazioni sono diventate ormai parte integrante della nostra vita scolastica, lavorativa e del nostro tempo libero.  Migliaia sono le possibilità di ampliare le nostre conoscenze, di entrare in contatto con qualsiasi tipo di informazione e contenuto, di scambiare e condividere idee ed opinioni con persone lontanissime da noi sia dal punto di vista geografico che culturale e sociale. Se tutto questo nella maggioranza dei casi non ha che l’effetto di apportare vantaggi e miglioramenti a livello individuale non possiamo però dimenticare che le potenzialità che la Rete ci offre non sempre vengono gestite nella maniera più adattiva ed utile per le persone.</p>
<p>Recenti pubblicazioni internazionali su questo argomento mostrano infatti come un utilizzo inadeguato della Rete può portare ad una dipendenza psicologica con conseguente sviluppo di una sintomatologia invalidante per il soggetto.</p>
<p>Lo psichiatra americano Ivan Goldberg parlò per primo di I.A.D. (Internet Addiction Disorder) proponendo dei criteri diagnostici mutuati dalla diagnostica per le dipendenze indicata dal DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali).</p>
<p>Egli sottolineò l&#8217;importanza per la diagnosi dei segni clinici di tolleranza, di astinenza e di danno in aree del funzionamento sociale, occupazionale o in altri ambiti importanti.</p>
<p>Più recentemente (AA.VV., 1998), per individuare e distinguere i segni di rete-dipendenza dal consumo non patologico di Internet, si fa riferimento ad alcuni comportamenti, che rappresentano indicatori qualitativi o quantitativi di differenza tra normalità e patologia e che hanno permesso di distinguere 3 tappe nel percorso verso la forma più stabile della Dipendenza Patologica dalla Rete.</p>
<p>Prima tappa verso la rete-dipendenza o fase iniziale E&#8217; caratterizzata dall&#8217;attenzione ossessiva a temi e strumenti inerenti l&#8217;uso della rete, che genera comportamenti quali controllo ripetuto della posta elettronica durante la stessa giornata, ricerca di programmi e strumenti di comunicazione particolari, prolungati periodi in chat.</p>
<p>Seconda tappa o tossicofilia E&#8217; caratterizzata dall&#8217;aumento del tempo trascorso on-line, con un crescente senso di malessere, di agitazione e di basso livello di attivazione quando si è scollegati (una condizione paragonabile all&#8217;astinenza). Sono importanti indicatori di tossicofilia il malessere soggettivo off-line e l&#8217;abuso on-line, spesso anche nelle ore lavorative e nelle ore notturne, in cui si è disposti a rinunciare anche al sonno.</p>
<p>Terza tappa o tossicomania E&#8217; la fase in cui la rete-dipendenza agisce ad ampio raggio, danneggiando diverse aree di vita, quali quella lavorativa, delle relazioni reali e quella scolastico-lavorativa e in cui si rilevano problemi di scarso profitto, di assenteismo scolastico-lavorativo e di isolamento sociale anche totale.</p>
<p>Goldberg con la sua proposta ha dato avvio ad una riflessione che ha suscitato l’interesse di psicologi e psichiatri ed ha imposto all&#8217;attenzione del mondo il rischio di dipendenza da Internet.</p>
<p>I principali sintomi che caratterizzano l&#8217;IAD sono:</p>
<p>1. bisogno di trascorrere un tempo sempre maggiore in rete per ottenere soddisfazione;</p>
<p>2. marcata riduzione di interesse per altre attività che non siano Internet;</p>
<p>3. sviluppo, dopo la sospensione o diminuzione dell&#8217;uso della rete, di agitazione psicomotoria, ansia, depressione, pensieri ossessivi su cosa accade on-line, classici sintomi astinenziali;</p>
<p>4. necessità di accedere alla rete sempre più frequentemente o per periodi più prolungati rispetto all&#8217;intenzione iniziale;</p>
<p>5. impossibilità di interrompere o tenere sotto controllo l&#8217;uso di Internet;</p>
<p>6. dispendio di grande quantità di tempo in attività correlate alla rete;</p>
<p>7. continuare a utilizzare Internet nonostante la consapevolezza di problemi fisici, sociali, lavorativi o psicologici recati dalla rete</p>
<p>E ’importante sottolineare che  le Dipendenze da Internet rappresentano spesso un sintomo derivante da quadri clinici patologici preesistenti, ad esempio disturbi della personalità, depressione, disturbi bipolari o ossessivi-compulsivi.</p>
<p>In questi casi, infatti, il ricorso ad Internet collegato al tentativo di compensare le difficoltà relazionali reali, ricercando nella Rete amici o relazioni sentimentali attraverso una via più veloce e sicura perché non mette a rischio di provare le difficoltà e le delusioni delle relazioni reali,  consente di non affrontare le proprie insicurezze consentendo di indossare una maschera protettiva impossibile da indossare nelle relazioni faccia a faccia.</p>
<p>Pertanto le persone con certi tipi di disagio psicologico, dovrebbero moderare l&#8217;utilizzo di Internet e riflettere sui bisogni che la Rete talvolta crea l&#8217;illusione di poter soddisfare, sugli aspetti della propria personalità e sulle insicurezze che bisogna invece affrontare gradualmente, poiché la necessità di comunicare deve essere appagata imparando a farlo realmente e non solamente in maniera virtuale.</p>
<p>L’abuso di Internet può però interessare anche persone che non presentano alcuna patologia e che vivono l’utilizzo di questo strumento come la possibilità di sperimentare emozioni e relazioni  ritenute troppo complicate nella vita reale, oppure più spesso semplicemente l’abuso nell’utilizzo di internet finisce per togliere tempo alle relazioni reali quotidiane portando il soggetto ad un isolamento relazionale e sociale sempre più profondo e pericoloso. Infatti questo isolamento può portare la persona a ricercare ancora di più relazioni virtuali che possano riparare alla solitudine sperimentata, in un circolo vizioso che si autoperpetua. Altrettanto pericolosa è la possibilità fornita della rete di poter sperimentare parti di sé altrimenti difficilmente esplorabili nella vita vera portando le persone a trascorrere sempre più ore incollate al pc, in quanto la vita virtuale viene percepita come maggiormente soddisfacente rispetto a quella reale. Alla lunga questo può portare sia ad una compromissione delle relazioni interpersonali che della vita lavorativa, quando ad esempio non si può fare a meno di collegarsi anche durante le ore lavorative.</p>
<p>Infine la Rete possiede della potenzialità psicopatologiche per la possibilità di far sperimentare un certo senso di onnipotenza, vincere il tempo e le distanze, far sperimentare diverse identità e personalità. E’evidente come tutto questo possa essere vissuto positivamente solo esercitando un certo controllo su questo mezzo e sui propri comportamenti e non trascurando le comuni relazioni ed attività quotidiane che caratterizzano la nostra vita.</p>
<p><strong></strong><strong> IL TRATTAMENTO</strong></p>
<p>Innanzi tutto rendere realmente consapevole la persona del problema che lo affligge e delle conseguenze a breve e lungo termine che da questo possono derivare a livello relazionale, familiare, sociale e lavorativo. Infatti la problematica spesso è vissuta a lungo in modo non disturbante e la persona si rivolge allo specialista in seguito ad insistenti pressioni da parte dei familiari preoccupati per le conseguenze che questa dipendenza produce sul loro caro e sui rapporti con lui/lei.</p>
<p>Il passo successivo alla consapevolezza è un aiuto professionale attraverso una condivisione reale del problema con un gruppo omogeneo, favorendo in maniera mirata e guidata lo sviluppo di riflessioni sulla necessità di superare le proprie difficoltà (ad esempio  eventuali insicurezze) attraverso modalità più adattive ed efficaci.</p>
<p>Infine, fornire informazioni, indicazioni e strategie utili ad interrompere le condotte disadattive e a prevenire le eventuali ricadute nel disturbo.</p>
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		<title>Depressione</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Jan 2012 20:46:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>studiocorvetto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Umore]]></category>
		<category><![CDATA[bipolare]]></category>
		<category><![CDATA[depressione]]></category>
		<category><![CDATA[disturbo]]></category>
		<category><![CDATA[umore]]></category>

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		<description><![CDATA[DISTURBI UNIPOLARI Il disturbo depressivo può manifestarsi con una grande eterogeneità di forme cliniche. Quello che si evidenzia è la presenza di sintomi che si sovrappongono nelle varie diagnosi, ad ogni modo resta importante determinare delle categorie diagnostiche che consentano di definire le varie forme cliniche e subcliniche. In particolare i sostenitori della prospettiva categoriale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<div>
<div><strong>DISTURBI UNIPOLARI</strong><br />
Il disturbo depressivo può manifestarsi con una grande eterogeneità di forme cliniche. Quello che si evidenzia è la presenza di sintomi che si sovrappongono nelle varie diagnosi, ad ogni modo resta importante determinare delle categorie diagnostiche che consentano di definire le varie forme cliniche e subcliniche. In particolare i sostenitori della prospettiva categoriale ritengono che i vari disturbi siano qualitativamente differenti e quindi presentino caratteristiche specifiche .AI contrario i sostenitori della prospettiva dimensionale sostengono che la depressione si manifesti all’interno di un continuum che va da un normale umore depresso, all’episodio depressivo minore, al disturbo depressivo maggiore. Tale tesi è avvalorata dalla difficoltà di effettuare una diagnosi dei vari sottotipi di depressione e anche dall’elevata comorbilità tra la depressione ed altri disturbi. Sembra inoltre che la differenza tra i vari tipi di depressione sia dovuta principalmente ad una maggiore intensità o gravità del sintomo più che alla sua natura specifica.<br />
L’approccio Cognitivo predilige la prospettiva dimensionale, ritenendo che al di là della variabilità e della combinazione dei sintomi manifestati, alla base della depressione esistano lo stesso tipo di disfunzioni cognitive.</div>
<div></div>
<div><strong>Disturbo Depressivo Maggiore</strong><br />
Secondo i criteri del DSM IV, si può effettuare questo tipo dio diagnosi solo se è presente un episodio depressivo maggiore e se non si sono mai verificati episodi maniacali, ipomaniacali o misti.<br />
Per poter effettuare diagnosi di episodio depressivo maggiore devono essere presenti almeno 5 dei seguenti sintomi ( di cui almeno uno relativo all’umore depresso o alla perdita di interesse e piacere per le consuete attività ), per un periodo di 2 settimane:</div>
<div>
<ul>
<li type="square">umore depresso per la maggior parte del giorno e quasi ogni giorno</li>
<li type="square">marcata diminuzione di interesse o di piacere per tutte, o quasi, le attività</li>
<li type="square">insonnia o ipersonnia</li>
<li type="square">agitazione o rallentamento psicomotorio</li>
<li type="square">faticabilità o mancanza di energie</li>
<li type="square">sentimenti di autosvalutazione o di colpa eccessivi</li>
<li type="square">ridotta capacità di pensiero, di concentrazione o indecisione</li>
<li type="square">pensieri ricorrenti di morte o tentativi di suicidio o ideazione suicidaria</li>
</ul>
<p>Tali sintomi devono causare disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento sociale, lavorativo o di altre aree importanti.</p>
<p><strong>Disturbo Distimico</strong><br />
Rappresenta una condizione depressiva non grave ma prolungata e ad andamento cronico.<br />
Si caratterizza per la presenza, quasi tutti i giorni e per un periodo di almeno 2 anni di umore depresso e almeno 2 dei seguenti sintomi:</p>
<ul>
<li type="square">scarso appetito o iperfagia</li>
<li type="square">insonnia o ipersonnia</li>
<li type="square">scarsa energia o astenia</li>
<li type="square">bassa autostima</li>
<li type="square">difficoltà di concentrazione o indecisione</li>
<li type="square">sentimenti di disperazione</li>
</ul>
<p>Non devono essere presenti periodi asintomatici per più di 2 mesi consecutivi.</p>
<p><strong>Disturbo Depressivo Minore</strong><br />
E’ caratterizzato da una alterazione dell’umore, dagli stessi sintomi dell’episodio depressivo maggiore e dalla stessa durata. La diagnosi può essere effettuata anche in presenza di due soli sintomi e con una minore compromissione del funzionamento.</p>
<p><strong>Disturbo Ansioso – Depressivo Misto</strong><br />
E’ caratterizzato da umore disforico persistente della durata di almeno un mese, accompagnato da almeno 4 dei seguenti sintomi:</p>
<ul>
<li type="square">difficoltà di concentrazione</li>
<li type="square">alterazione del sonno</li>
<li type="square">affaticamento o mancanza di energia</li>
<li type="square">irritabilità</li>
<li type="square">preoccupazione</li>
<li type="square">facilità al pianto</li>
<li type="square">ipervigilanza</li>
<li type="square">previsioni negative</li>
<li type="square">disperazione</li>
<li type="square">bassa autostima o sentimenti di disprezzo di sé</li>
</ul>
<p>Tali sintomi devono provocare disagio clinico significativo o compromissione del funzionamento sociale, lavorativo o di altre aree importanti della vita.</p>
<p><strong>DISTURBI BIPOLARI</strong><br />
Per poter effettuare una diagnosi di Disturbo bipolare devono essere presenti nella storia clinica del paziente uno o più espisodi maniacali, ipomaniacali o misti. Per episodio maniacale si intende un periodo di almeno una settimana durante la quale l’umore è elevato, espansivo o irritabile in modo anormale e persistente, accompagnato da almeno 3 dei seguenti sintomi:</p>
<ul>
<li type="square">autostima ipertrofica</li>
<li type="square">diminuito bisogno di sonno</li>
<li type="square">maggiore loquacità</li>
<li type="square">fuga delle idee</li>
<li type="square">distraibilità</li>
<li type="square">aumento dell’attività finalizzata o agitazione psicomotoria</li>
<li type="square">eccessivo coinvolgimento in attività ludiche potenzialmente dannose</li>
</ul>
<p>Tali sintomi determinano una forte compromissione del funzionamento sociale, lavorativo e relazionale del paziente.</p>
<p>Per episodio ipomaniacale si intendono gli stessi criteri diagnostici dell’episodio maniacale, ma la durata è inferiore. Nell’episodio misto devono essere soddisfatti sia i criteri per l’episodio maniacale che quelli per l’episodio depressivo maggiore.</p>
<p><strong>Disturbo Bipolare I</strong><br />
E’ caratterizzato dalla presenza di episodi maniacali o misti</p>
<p><strong>Disturbo Bipolare II</strong><br />
E’ caratterizzato dalla presenza di episodi ipomaniacali</p>
<p><strong>Disturbo Ciclotimico</strong><br />
Questo disturbo si caratterizza per la presenza di un’alterazione dell’umore cronica (almeno 2 anni) ad andamento fluttuante. Sono presenti numerosi periodi con sintomi ipomaniacali e numerosi periodi con sintomi depressivi</p>
<ul>
<li><a title="La depressione in adolescenza" href="http://www.milanopsicologo.it/la-depressione-in-adolescenza/" target="_blank">LA DEPRESSIONE IN ADOLESCENZA</a></li>
<li><a title="La Depressione Maggiore" href="http://www.milanopsicologo.it/la-depressione-maggiore/" target="_blank">LA DEPRESSIONE MAGGIORE</a></li>
</ul>
</div>
</div>
</div>
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		<title>Problemi relazionali di coppia e in famiglia</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Jan 2012 20:45:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>studiocorvetto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Coppia]]></category>
		<category><![CDATA[coppia]]></category>
		<category><![CDATA[difficoltà]]></category>
		<category><![CDATA[famiglia]]></category>
		<category><![CDATA[problemi]]></category>
		<category><![CDATA[relazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Le relazioni intime tra gli esseri umani sono relazioni all’interno delle quali gli individui sperimentano affetti intensi, variegati e costruiscono se stessi. E’ all’interno di queste relazioni che nel corso della nostra vita diventiamo ciò che siamo. Siamo nati in famiglia. La famiglia ha costituito il luogo e il tramite delle nostre prime relazioni intime, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<div>
<div>
<div>Le relazioni intime tra gli esseri umani sono relazioni all’interno delle quali gli individui sperimentano affetti intensi, variegati e costruiscono se stessi. E’ all’interno di queste relazioni che nel corso della nostra vita diventiamo ciò che siamo.<br />
Siamo nati in famiglia. La famiglia ha costituito il luogo e il tramite delle nostre prime relazioni intime, della prima esperienza di gruppo e della nostra prima esperienza del mondo. Il nostro sviluppo, la crescita e, ci auguriamo, la morte hanno luogo all’interno del contesto familiare.<br />
I nostri problemi sono strutturati dall’impronta del nostro passato familiare, dai compiti del momento attuale che cerchiamo di affrontare e dal futuro al quale aspiriamo. Il ciclo di vita della coppia e della famiglia rappresentano dunque il contesto naturale all’interno del quale si modellano l’identità e lo sviluppo di ognuno di noi.<br />
Gli stadi del ciclo di vita di una famiglia e di una coppia si intersecano con le fasi del ciclo di vita dei membri che ne fanno parte e sono costellati di eventi “critici” ovvero di eventi cruciali che determinano svolte evolutive importanti (ad esempio il matrimonio, la separazione, la nascita di un figlio, l’uscita dei figli dal nucleo familiare ecc).<br />
La possibilità di affrontare e superare le fasi evolutive critiche all’interno del ciclo di vita di una famiglia o di una coppia dipende da innumerevoli variabili psicologiche, sociali ed economiche interne ed esterne al nucleo familiare.<br />
In queste delicate fasi di passaggio è consueto sperimentare emozioni di smarrimento, ansia, tristezza e percepire, a volte, difficoltà a comunicarle a chi ci vuole bene e sta condividendo con noi la fatica del momento. In altri casi la criticità sta proprio nell’ impossibilità di scegliere quale evoluzione dare ad una relazione significativa e quale “strada” intraprendere. Altre volte ancora, nonostante la chiarezza rispetto all’impegno preso all’interno di una relazione, facciamo fatica a risolvere piccoli conflitti che minano il nostro equilibrio, quello del nostro partner e quello della nostra famiglia.<br />
Lavorare per risolvere difficoltà relazionali nella coppia e in famiglia vuol dire comprendere e scandagliare le dinamiche relazionali tipiche esistenti tra i membri coinvolti e scoprire le aree di disfunzionalità in modo da scoprire nuovi modi di agire e di pensare più congruenti e adattivi.</div>
</div>
<div></div>
<div>
<ul>
<li><a title="Quando la coppia va in crisi" href="http://www.milanopsicologo.it/quando-la-coppia-va-in-crisi/" target="_blank">QUANDO LA COPPIA VA IN CRISI</a></li>
<li><a title="Cosa rende le coppie felici?" href="http://www.milanopsicologo.it/cosa-rende-le-coppie-felici/" target="_blank">COSA RENDE LE COPPIE FELICI?</a></li>
</ul>
</div>
</div>
</div>
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		<title>Ansia e Stress</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Jan 2012 20:43:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>studiocorvetto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ansia]]></category>
		<category><![CDATA[ansia]]></category>
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		<description><![CDATA[Comunemente si è portati a pensare che lo stress sia una &#8220;malattia&#8221;, una condizione di estrema “stanchezza” che in qualche modo predispone all’insorgenza di malattie organiche o psicologiche. Nel senso comune lo stress viene infatti chiamato in causa nella spiegazione e nell’eziologia di una serie pressochè infinita di disturbi fisici. In realtà lo stress non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
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<p>Comunemente si è portati a pensare che lo stress sia una &#8220;malattia&#8221;, una condizione di estrema “stanchezza” che in qualche modo predispone all’insorgenza di malattie organiche o psicologiche. Nel senso comune lo stress viene infatti chiamato in causa nella spiegazione e nell’eziologia di una serie pressochè infinita di disturbi fisici.<br />
In realtà lo stress non è una malattia bensì un tentativo più o meno riuscito che ogni organismo fa ogni qualvolta che qualcosa intorno a lui o dentro di lui cambia. Ci si abitua alla stabilità delle condizioni ambientali e, all’improvviso, quando qualcosa cambia ci si deve “riadattare” per trovare un nuovo equilibrio. Un trasloco, un nuovo lavoro, un lutto, una separazione sono esempi di eventi (piacevoli e spiacevoli) in cui tutti noi siamo chiamati a modificare qualcosa di noi stessi, del nostro modo di comportarci e di pensare.<br />
I nostri tentativi di adattamento richiedono degli sforzi più o meno intensi e sono spesso faticosi da realizzare. Ogni qual volta un tentativo di adattamento si realizza e riusciamo a ristabilire un equilibrio dinamico tra noi e l’ambiente possiamo parlare di “eustress” ovvero lo stress buono, quello che ci serve per metterci in moto e non ci fa male.<br />
A volte però accade che gli eventi ai quali dobbiamo reagire siano particolarmente intensi e prolungati e i nostri tentativi di adattamento falliscano. In questo caso lo stress perde la connotazione di fatica “buona” e utile ma si trasforma in qualcosa di diverso.<br />
Hans Selye, i cui studi rappresentano il punto di riferimento per la conoscenza del fenomeno stress, parla di Sindrome Generale di Adattamento che rappresenta inizialmente un sistema per proteggere e stimolare l&#8217;organismo a &#8220;lottare o fuggire&#8221; davanti ad una situazione stressante.<br />
Selye distingue tre fasi di questa sindrome:</p>
<ul>
<li type="square">La prima fase detta &#8220;allarme&#8221; attivata dalla presenza dello stimolo ambientale (positivo o negativo) innesca la risposta primordiale alla sopravvivenza, sia a livello fisico (aumento della frequenza cardiaca, della pressione arteriosa, della glicemia, del tono muscolare, del metabolismo e di alcuni neurotrasmettitori),sia a livello psico emotivo con l&#8217;aumento dello stato di allerta e di &#8220;tensione emotiva&#8221;.</li>
<li type="square">La seconda fase detta &#8220;resistenza&#8221;, è di estrema importanza, poiché mette in atto un complesso programma, sia biologico che comportamentale, che sostiene la risposta agli stimoli ambientali, con l&#8217;attivazione di una complessa risposta ormonale che ci aiuta inizialmente a resistere all&#8217;interazione con gli stimoli ambientali.</li>
<li type="square">La terza fase detta &#8220;esaurimento&#8221; rappresenta, purtroppo, il fallimento dei tentativi attuati dai meccanismi difensivi per realizzare una risposta adeguata agli stimoli ambientali. Questa fase determina inconsapevoli alterazioni permanenti. L&#8217;organismo perde la capacità di adattarsi in modo funzionale agli stimoli ambientali, mantenendo una risposta ormai inadeguata che predispone allo sviluppo di malattie anche croniche, che possono interessare sia la sfera fisica che psicologica.</li>
</ul>
<p>Se l&#8217;organismo diviene incapace di adattarsi correttamente agli stimoli ambientali, manifesterà la propria sofferenza sviluppando sintomatologie e malattie sia della sfera psichica che fisica. Tale situazione potrà anche aggravare il decorso di patologie preesistenti.<br />
Cosa fa sì che in alcuni casi l’individuo si adatti correttamente ed in altri no?<br />
I fattori che incidono sul successo dell’adattamento ad un evento stressante possono essere riassunti in:</p>
<ul>
<li type="square">Fattori legati allo stimolo (Gravità, durata, intensità dello stimolo). Pensiamo all’impatto che può avere un evento quale un terremoto. Ci sono eventi che, per loro stessa natura indipendentemente dalle risorse di cui dispone l’individuo, mettono in pericolo la vita stessa e non è pensabile che non rappresentino fonte di disagio e sofferenza.</li>
<li type="square">La prevedibilità è un elemento molto importante. Avere tempo per prepararsi ad un evento stressante vuol dire avere tempo per adottare delle strategie, spesso quando la prevedibilità dell’evento è scarsa noi ci troviamo sguarniti di fronte al pericolo.</li>
<li type="square">Caratteristiche legate al soggetto (ad es. Età) Sappiamo bene che i bambini piccoli hanno strumenti cognitivi poco sofisticati per spiegare a se stessi e dare un senso alle cose spiacevoli che succedono e quindi per ovvie ragioni hanno bisogno di supporto nell’affrontare eventi spiacevoli.</li>
<li type="square">Significato che l’evento riveste per il soggetto. E’ intuitivo che l’aver dedicato molto tempo, energie, risorse personali al lavoro e alla carriera, fa sì che nel momento in cui la carriera subisce una battuta d’arresto si soffra ed è possibile che si soffra di più se in passato si è “disinvestito” tempo, energie, risorse in tutti quegli aspetti della vita che non hanno a che fare con l’ identità professionale.</li>
</ul>
<p>Molto spesso l’esito negativo del fallimento di un processo di adattamento è l’insorgenza di sintomi nella sfera dei disturbi d’ansia<br />
L’ansia, in linea generale, ha a che fare con la percezione di un pericolo. Essere ansiosi vuol dire avere la percezione di dover affrontare qualcosa di pericoloso. L’ansia, se presente nelle giuste dosi e in situazioni appropriate, non è una nemica da combattere, anzi, al contrario, diventa una preziosissima alleata grazie alla quale tiriamo fuori tutte le nostre risorse per superare gli ostacoli che abbiamo davanti.<br />
In alcuni casi, invece, l’ansia si trasforma in qualcosa che non soltanto non ci permette di tirare fuori il meglio di noi ma addirittura ci paralizza e ci fa fuggire anche quando potremmo superare l’ostacolo.<br />
I fenomeni ansiosi indicano alla nostra mente quali sono gli stimoli potenzialmente pericolosi e attivano i meccanismi di condizionamento che guidano il nostro comportamento a evitare di trovarsi in situazioni pericolose. Con il tempo, il condizionamento diventa un’abitudine che può guidarci automaticamente ad allontanarci da situazioni pericolose. Quando viviamo un’esperienza pericolosa, il nostro cervello impara ad evitare situazioni simili creando una rete di protezione automatica indispensabile alla nostra sopravvivenza. Questo importantissimo meccanismo che ci porta ad evitare di mettere la mano sul fuoco dopo che ci siamo scottati o di attraversare di corsa la strada dopo che abbiamo sentito il cuore battere all’impazzata per la frenata brusca di una macchina, cerca di trovare il giusto equilibrio tra sicurezza e libertà, protezione ed esplorazione. Lo stesso meccanismo che ci protegge da eventi realmente pericolosi nei quali abbiamo provato ansia (come ad esempio era il caso della scottatura) fa sì che noi tendiamo ad evitare situazioni percepite come pericolose ma che nella realtà non lo sono. In questo modo, ad esempio, un soggetto che prova estrema ansia nel parlare in pubblico tenderà a percepire come pericolose di per sé tutte le situazioni in cui potenzialmente dovrà farlo e tenderà dunque ad evitarle. L’evitamento è un meccanismo tipico del disturbo d’ansia che ha innumerevoli effetti negativi sul paziente che lo mette in atto. Innanzitutto evitando situazioni pericolose il soggetto non si mette nella condizione di sperimentare che forse le situazioni che lui teme possono non essere così pericolose (es. Se temo fortemente di parlere in pubblico ed evito le situazioni in cui potrebbe capitarmi di doverlo fare mi impedisco di scoprire che spesso la paura va via una volta che ho iniziato a parlare e che forse in alcuni contesti la paura che sperimento è decisamente inferiore). Inoltre realizzando l’evitamento delle situazioni temute, la persona può rinforzare un’immagine fortemente negativa di sé (es. sono un vigliacco, non valgo niente&#8230;). Oltre che alla percezione di un pericolo estremo che mina il benessere del soggetto, l’ansia patologica si accompagna quasi sempre ad altri due elementi:<br />
La convinzione di non essere abbastanza forti per affrontare il pericolo stesso o per sopportarne le conseguenze (vulnerabilità)<br />
La mancanza di scenari alternativi oltre a quello della catastrofe imminente (temo l’idea di fare una figuraccia nel parlare in pubblico, se ciò accadesse sarebbe una catastrofe, non immagino quale scenario alternativo mi si porrà davanti ad eccezione di quello catastrofico in cui sarò umiliato davanti al mio uditorio)<br />
La TCC (terapia cognitivo comportamentale) è ormai da anni ritenuta dalla comunità scientifica internazionale la psicoterapia d’elezione per i disturbi d’ansia. Esistono protocolli validati sperimentalmente che ne dimostrano l’efficacia anche a distanza di tempo dalla conclusione dell’intervento terapeutico.<br />
Secondo la classificazione diagnostica e statistica dei disturbi mentali (DSM IV) i disturbi d’ansia sono:</p>
<ul>
<li type="square">Disturbo di panico con e senza agorafobia</li>
<li type="square">Agorafobia senza anamnesi di disturbo di panico</li>
<li type="square">Fobia specifica</li>
<li type="square">Fobia Sociale</li>
<li type="square">Disturbo Ossessivo Compulsivo</li>
<li type="square">Disturbo Post Traumatico da Stress</li>
<li type="square">Disturbo Acuto da Stress</li>
<li type="square">Disturbo d&#8217;Ansia generalizzata</li>
<li type="square">Disturbo d&#8217;Ansia dovuto a condizione medica generale</li>
<li type="square">Disturbo d&#8217;Ansia indotto da sostanze</li>
<li type="square">Disturbo d&#8217;Ansia NAS</li>
</ul>
<p><strong>Attacco di Panico<br />
</strong>Un attacco di panico si manifesta come un’improvvisa manifestazione di ansia o una rapida escalation dell&#8217;ansia solitamente presente; in particolare, un episodio può essere definito come attacco di panico se quattro o più (fino a 13) sintomi somatici o cognitivi aumentano progressivamente o si manifestano entro un periodo di 10 minuti (DSM-IV). Tra questi si trovano risposte fisiche quali palpitazioni, capogiri, sudorazione, sensazione di soffocamento, tremore o brividi e sintomi cognitivi quali paura di morire, di soffocare, di diventare pazzo ecc. Gli attacchi di panico possono essere classificati sulla base delle condizioni in cui si verificano, vale a dire se sono dipendenti dalla situazione o si producono spontaneamente; questi ultimi avvengono inaspettatamente, mentre i primi si manifestano in corrispondenza di precise condizioni ambientali (per es. stare in un posto affollato, in ascendore ecc.). I criteri affinchè si possa parlare di disturbo da attacco di panico, secondo il DSM-IV, riguardano la presenza ricorrente e inaspettata degli attacchi seguita da un periodo di almeno un mese durante il quale la persona teme che un nuovo attacco si verifichi e adotta comportamenti per “proteggersi” ed evitare situazioni pericolose. Sono state formulate diverse teorie per spiegare gli attacchi di panico. Il modello più noto e meglio sostenuto da evidenze empiriche è quello di Clark (Clark e coll.,1988;Clark e Ehlers, 1993). Tale modello spiega questo disturbo ricorrendo al concetto di “paura della paura”. Chi soffre di questo disturbo, in altri termini, percepisce come estremamente minacciosi i segnali corporei normalmente associati alla paura ed all’ansia (ad es. tachicardia, respiro corto ecc) e li interpreta come se qualcosa di terribile potrebbe accadere se queste sensazioni aumentassero. Il modello, dunque, spiega il disturbo come il risultato di un’interpretazione errata delle normali sensazioni corporee associate ad emozioni di ansia o paura. Tale interpretazione erronea è favorita dalla costante attenzione che gli individui sviluppano rispetto alle sensazioni somatiche, dai comportamenti di evitamento e dalle strategie comportamentali protettive.</p>
<p><strong>Fobia Specifica</strong><br />
La caratteristica essenziale della Fobia Specifica è la paura marcata e persistente di oggetti o situazioni circoscritte. L&#8217;esposizione allo stimolo fobico provoca quasi invariabilmente un’immediata risposta ansiosa. Più spesso lo stimolo fobico viene evitato, ma talvolta sopportato con grande difficoltà. L’individuo prova una paura marcata, persistente e eccessiva quando è in presenza di, o quando si aspetta di affrontare un oggetto o una situazione specifici. L’oggetto della paura può essere la previsione di un danno collegata a certi aspetti dell’oggetto o situazione (per es., un individuo può temere di volare in aeroplano per la preoccupazione di cadere, può temere i cani per la preoccupazione di essere morso o può temere di guidare per la preoccupazione di essere investito da altri veicoli sulla strada). L’ansia, quasi invariabilmente, viene avvertita immediatamente quando avviene il confronto con lo stimolo fobico (per es., una persona con una Fobia Specifica dei gatti avrà quasi invariabilmente una risposta di ansia immediata quando viene forzata a confrontarsi con un gatto). Il livello di ansia o paura di solito varia in funzione sia del grado di vicinanza allo stimolo fobico (per es., la paura si intensifica quando il gatto si avvicina e si riduce quando il gatto retrocede), che del grado di limitazione della possibilità di allontanarsi dallo stimolo fobico (per es., la paura si intensifica quando l’ascensore si avvicina al punto di mezzo tra i piani e si riduce quando la porta si apre al piano successivo). Gli adulti con questo disturbo riconoscono che la fobia è eccessiva o irragionevole.</p>
<p><strong>Fobia Sociale</strong><br />
La fobia socale è un disturbo comune in cui il soggetto teme che le proprie prestazioni lo possano esporre a valutazioni negative da parte degli altri. Il temine “prestazione” fa riferimento all’esecuzione di compiti quotidiani soggetti al giudizio altrui, quali mangiare in pubblico, firmare o parlare a uno sconosciuto o a un gruppo di persone. Il fobico sociale, credendo che il suo comportamenti sia considerato negativamente dagli altri e, quindi, rifiutato, perde la stima di sé. Il concetto di paura del giudizio degli altri è l’aspetto centrale della fobia sociale. I criteri per poter diagnosticare una fobia sociale fanno riferimento ad una marcata e persistente paura di trovarsi in situazioni o di compiere delle prestazioni pubbliche dove l’individuo potrebbe provare imbarazzo. Ai fini diagnostici, tale esposizione deve provocare immediatamente un aumento di ansia e la paura derivante deve interferire significativamente con la vita quotidiana, con le mansioni professionali o con la vita sociale oppure la persona deve sentirsi profondamente turbata dal problema stesso. Le situazioni sociali vengono evitate o vissute dall’individuo con profondo timore; gli attacchi di panico si possono verificare nel momento in cui l’individuo è esposto alla situazione temuta, oppure possono essere determinati solo dall’anticipazione di una futura occasione. All’interno delle situazioni temute, gli individui che soffrono di fobia sociale sono preoccupate di mostrare imbarazzo e temono che gli altri le giudichino ansiose, deboli, strane o stupide. Le paure possono essere di vari tipi: l’individuo può temere di mangiare in pubblico perché le persone potrebbero notare che gli tremano le mani, oppure di non riuscire ad articolare bene le parole durante una conversazione, oppure di mostrarsi in ansia, ad esempio arrossendo. E’ previsto anche un sottotipo di fobia seociale definito “generalizzato”; questo sottotipo si riscontra quando le paure sono estese alla maggior parte delle situazioni sociali. In questo caso gli individui hanno più probabilità di scontrarsi con problemi che hanno ripercussioni più serie su altri aspetti della vita.</p>
<p><strong>Disturbo Ossessivo Compulsivo</strong><br />
Il disturbo ossessivo compulsivo (DOC)si manifesta con l’occorrenza di ossessioni e comportamenti compulsivi di durata considerevole (più di un’ora al giorno) che generano nel paziente forte disagio e sofferenza. Le ossessioni sono costituite da pensieri, impulsi e/o rappresentazioni mentali vissuti come intrusivi che si presentano insistentemente e senza adeguata motivazione alla coscienza dell’individuo. Così, ad esempio, una persona religiosa può avere costantemente pensieri blasfemi o una madre deve combattere contro l’idea ricorrente di picchiare il proprio figlio appena nato. Tipicamente, le ossessioni si riferiscono alla paura del contagio (la paura di avere toccato cose contaminanti, come il denaro), al dubbio (ad es. l’incertezza circa l’avere o non avere fatto determinate azioni: “avrò chiuso la porta?”, “avrò spento il gas?”, “avrò forse tamponato qualcuno senza accorgermene?”), a impulso aggressivi e criminosi (ad es. bestemmiare in chiesa o assalire qualcuno) e a fantasie sessuali (idee ricorrenti a carattere sessuale e pornografico). Le compulsioni sono definite come delle azioni ripetitive e ritualizzate, a carattere esplicito oppure implicito. Le compulsioni a carattere esplicito sono espressioni motorie come lavarsi ripetutamente le mani, controllare più volte di aver eseguito una determinata azione, sistemare o allineare di continuo gli oggetti ecc. Le compulsioni a carattere implicito, invece, sono azioni mentali come pregare, contare o ripetere continuamente alcune parole. Lo scopo di questi comportamenti è quello di prevenire o alleviare l’ansia e il disagio connessi a determinate situazioni. Tali comportamenti sono finalizzati alla “neutralizzazione” e all’evitamento di situazioni potenzialmente pericolose. In alcuni casi, l’individuo mette in atto comportamenti stereotipati che esegue con precise modalità senza essere in grado di spiegarne il significato. Le ossessioni e le compulsioni possono presentarsi come manifestazioni normali, differenziandosi rispetto al Disturbo Ossessivo Compulsivo per la mancanza dei connotati di angoscia e sofferenza che contraddistinguono quest’ultimo. Ossessioni per così dire fisiologiche interessano circa l’80%-88% degli individui normali e il loro contenuto è simile a quello delle corrispondenti manifestazioni patologiche. I dati relativi alla prevalenza del DOC sono variabili: un’indagine epidemiologica indica che tale prevalenza, considerata la durata intera della vita, è del 2,5%, mentre in un intervallo di 6 mesi scende a 1,6%, situando questa patologia al quarto posto tra le cause più comuni di disturbi psichiatrici negli Stati Uniti.</p>
<p><strong>Disturbo Acuto da stress</strong><br />
La caratteristica essenziale del Disturbo Acuto da Stress è lo sviluppo di ansia, sintomi dissociativi e di altro tipo, che si manifestano entro 1 mese dalla esposizione ad un evento traumatico estremo. Sia durante l’esperienza dell’evento traumatico, che dopo l’evento, l’individuo presenta almeno tre dei seguenti sintomi dissociativi:</p>
<ul>
<li type="square">sensazione soggettiva di insensibilità</li>
<li type="square">distacco o assenza di reattività emozionale</li>
<li type="square">riduzione della consapevolezza dell’ambiente</li>
<li type="square">derealizzazione</li>
<li type="square">depersonalizzazione, o amnesia dissociativa</li>
</ul>
<p>Dopo il trauma, l’evento traumatico viene rivissuto persistentemente e l’individuo mostra evitamento marcato degli stimoli che possono evocare ricordi del trauma e ha sintomi marcati di ansia o di aumentato arousal. I sintomi devono causare disagio clinicamente significativo, interferire significativamente con il normale funzionamento o compromettere la capacità dell’individuo di eseguire compiti fondamentali. Il disturbo dura almeno 2 giorni e non persiste oltre 4 settimane dopo l’evento traumatico. Se i sintomi persistono oltre le 4 settimane si può fare una diagnosi di Disturbo Post-Traumatico da Stress. I sintomi non sono dovuti agli effetti fisiologici diretti di una sostanza (cioè una droga di abuso, un farmaco) o di una condizione medica generale, non sono meglio giustificati da un e non rappresentano semplicemente l’esacerbazione di un disturbo mentale preesistente. In risposta all’evento traumatico l’individuo sviluppa sintomi dissociativi. Gli individui con Disturbo Acuto da Stress possono avere una riduzione della reattività emozionale, spesso trovano difficile o impossibile provare piacere in attività precedentemente ritenute divertenti e frequentemente si sentono in colpa per il fatto di eseguire le incombenze abituali della vita. Possono avere difficoltà a concentrarsi, sentirsi distaccati dal proprio corpo, percepire il mondo come irreale o come in un sogno o presentare una crescente difficoltà a ricordare dettagli specifici dell’evento traumatico (amnesia dissociativa). Inoltre, è presente almeno uno dei sintomi richiesti per il Disturbo Post-traumatico da Stress.</p>
<ul>
<li type="square">primo: l’evento traumatico viene persistentemente rivissuto (per es., ricordi, immagini, pensieri, sogni, illusioni, flashback ricorrenti, sensazioni di rivivere l’evento o disagio all’esposizione a ciò che può ricordare l’evento)</li>
<li type="square">secondo: viene evitato tutto ciò che può ricordare il trauma (per es., luoghi, persone, attività). Infine, aumento dell’arousal in risposta agli stimoli che richiamano il trauma (per es., difficoltà a dormire, irritabilità, scarsa capacità di concentrazione, ipervigilanza, risposte di allarme esagerate e irrequietezza motoria)</li>
</ul>
<p><strong>Disturbo Post traumatico da stress<br />
</strong>Il Disturbo post-traumatico da Stress è caratterizzato dallo sviluppo di sintomi tipici e specifici che fanno seguito ad un contatto brusco ed improvviso con un evento traumatico esterno di estrema violenza, ad esempio una violenza o un abuso, una catastrofe naturale o un incidente d’auto. Tale evento implica per chi lo subisce o per la persona cara che lo ha subito, un’esperienza drammatica per sé. Può verificarsi in ogni età della vita e la diagnosi viene posta, secondo il DSM IV, se sono presenti alcuni precisi elementi ( criteri diagnostici ):</p>
<ul>
<li type="square">risposta all’evento catastrofico vissuto ( morte, minaccia di morte,minaccia di gravi lesioni o ritorsioni ecc.) caratterizzato da intensa paura, sensazione di impotenza, orrore ( nei bambini può esservi un comportamento agitato o disorganizzato );</li>
<li type="square">rivivere persistentemente l’evento traumatico attraverso pensieri ricorrenti o intrusivi, flashbacks, sogni e incubi relativi all’evento, comportamenti stereotipati come se l’evento si stesse ripetendo, disreattività e disagio di fronte a sensazioni o eventi che somigliano o simboleggiano l’evento stressante ( nei bambini possono essere presenti azioni o giochi ripetitivi relativi al trauma)</li>
<li type="square">evitamento persistente nei confronti di tutto ciò che è inerente all’evento che ha scatenato il trauma</li>
<li type="square">aumento dell’attivazione fisiologica legato all’ansia (tachicardia, sudorazione, aumento della pressione sanguigna)</li>
<li type="square">durata del disturbo superiore al mese ( se inferiore ai 3 mesi si parla di disturbo da stress acuto)</li>
<li type="square">menomazione o disagio profondo nel funzionamento sociale, lavorativo o affettivo</li>
</ul>
<p><strong>Disturbo d’Ansia Generalizzato<br />
</strong>L’ansia generalizzata è un disturbo abbastanza comune: nell’arco di un anno, infatti, la prevalenza su un campione di soggetti è approssimativamente del 3 % e nell’arco della vita del 5% (DSM-IV, American Psychological Association, 1994). Il processo di rimuginazione è ritenuto la caratteristica principale del disturbo d’ansia generalizzata (DAG), definito come la manifestazione di eccessiva ansia e preoccupazione in relazione ad alcuni eventi per un periodo di tempo non inferiore a 6 mesi. L’individuo dovrebbe incontrare grosse difficoltà nel tentativo di controllare il proprio rimuginio o dovrebbe riferire almeno 3 dei seguenti sintomi: mancanza di riposo o sensazione di irascibilità, facile affaticamento, difficoltà di concentrazione, tensione muscolare e alterazione del ritmo sonno-veglia (difficoltà ad addormentarsi, insonnia o sonno agitato). Ansia e preoccupazioni provocano significativi disagi nella vita del paziente che soffre di DAG. Tali persone riferiscono generalmente sensazioni di ansia o apprensione che trovano riscontro in un’incapacità generale di rilassarsi o in altri sintomi specifici come esaurimento muscolare e irritabilità.</p>
<ul>
<li><a title="Ansia. Che cos’è e quando diventa un disturbo" href="http://www.milanopsicologo.it/ansia-che-cose-e-quando-diventa-un-disturbo/" target="_blank">ANSIA. CHE COS’È E QUANDO DIVENTA UN DISTURBO</a></li>
<li><a title="Ansia e preoccupazione per il lavoro. Quali sono le cause e cosa fare per affrontarla." href="http://www.milanopsicologo.it/ansia-e-preoccupazione-per-il-lavoro-quali-sono-le-cause-e-cosa-fare-per-affrontarla/" target="_blank">ANSIA E PREOCCUPAZIONE PER IL LAVORO. QUALI SONO LE CAUSE E COSA FARE PER AFFRONTARLA</a></li>
<li><a title="Il Disturbo d’Ansia Generalizzata" href="http://www.milanopsicologo.it/il-disturbo-dansia-generalizzata/" target="_blank">IL DISTURBO D’ANSIA GENERALIZZATA</a></li>
<li><a title="Il Disturbo d’Ansia Generalizzata in età evolutiva" href="http://www.milanopsicologo.it/il-disturbo-d%e2%80%99ansia-generalizzata-in-eta-evolutiva/" target="_blank">IL DISTURBO D’ANSIA GENERALIZZATA IN ETÀ EVOLUTIVA</a></li>
</ul>
</div>
</div>
</div>
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		<title>Disturbi di Personalita</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Jan 2012 20:42:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>studiocorvetto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le persone mostrano configurazioni di esperienza e di azione stabili che le distinguono l’una dall’altra. La personalità rappresenta quindi il modo più o meno costante che ciascuno di noi si è costruito nel corso della sua vita di dare significato alle cose, di rapportarsi con gli altri e con il mondo. Per usare una metafora, [...]]]></description>
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<div>Le persone mostrano configurazioni di esperienza e di azione stabili che le distinguono l’una dall’altra. La personalità rappresenta quindi il modo più o meno costante che ciascuno di noi si è costruito nel corso della sua vita di dare significato alle cose, di rapportarsi con gli altri e con il mondo.</div>
<p>Per usare una metafora, la personalità rappresenta le “lenti” che utilizziamo per guardare il mondo e per guardarci dentro. A seconda dello spessore e delle caratteristiche delle lenti che indossiamo il mondo ci apparirà in un modo piuttosto che in un altro.<br />
Ognuno di noi indossa le sue “lenti” e ha dunque uno stile di rapporto con gli altri che è caratterizzato da determinati tratti: così esiste ad esempio il tratto della sospettosità, quello dell’ amore di sè oppure quello della passività e della dipendenza dagli altri.<br />
Normalmente questi tratti sono sufficientemente flessibili a seconda delle circostanze: così in alcuni momenti sarà utile essere più dipendenti o passivi del solito, mentre in altri sarà più funzionale esserlo meno.<br />
Accade però che in alcuni individui questi tratti di personalità siano rigidi, pervasivi e indipendenti dal contesto tanto da generare molta sofferenza nella persona stessa ma anche in chi gli sta intorno. Ad esempio, alcune persone tendono costantemente a sospettare che gli altri, comprese le persone che gli vogliono bene, possano volergli del male e si comportano di conseguenza, allontanando di fatto da sé tutte le persone potenzialmente in grado di dare loro affetto e dalle quali riceverlo. Alcune persone, invece, hanno costante bisogno di rassicurazioni e di qualcuno che li aiuti a prendere decisioni che da soli temono di non riuscire a prendere e questo può generare sofferenza sia in loro che nelle persone che gli stanno vicino.<br />
Di solito i tratti sono così consueti e stabili che le persone stesse non si accorgono di mettere in atto comportamenti rigidi e inadeguati che suscitano le reazioni negative degli altri. Al contrario, si sentono sempre vittime della situazione e alimentano il proprio disturbo. In altre parole, queste persone non si rendono conto di indossare le lenti che indossano e sono spesso convinte che il problema sia “fuori” di sé. In quest’ultimo caso la personalità ha assunto dei tratti di rigidità tali per cui si possa parlare di un vero e proprio disturbo.<br />
Vediamo quali sono i disturbi di personalità classificati dal manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-IV tr).</p>
<p><strong>Disturbo Borderline di Personalità</strong><br />
Il disturbo borderline di personalità è stato definito come un disturbo della capacità di regolare e modulare le proprie emozioni. I pazienti borderline alternano rapidamente, ad esempio, momenti di serenità e tristezza intensa, tra rabbia e il senso di colpa. Le persone che hanno questo disturbo fanno fatica a stabilire rapporti di amicizia, affetto o amore stabili nel tempo, vivono con estrema intensità dei rapporti che quasi sempre falliscono o risultano emotivamente distruttivi. Questi soggetti, infatti, sperimentano emozioni intense e devastanti e le manifestano in modo molto drammatico. Proiettano spesso le loro inadempienze sugli altri, sembrano vittime degli altri quando ne sono a volte i carnefici. L’aspetto più evidente e preoccupante del disturbo borderline è che presenta sintomi potenzialmente dannosi per il soggetto (abbuffate, uso e abuso di sostanze, guida spericolata, sessualità promiscua, condotte antisociali, tentativi di suicidio, ecc.) e si associa a scoppi improvvisi di rabbia intensa.Gli elementi salienti del disturbo sono:<br />
Labilità affettiva. Il disturbo borderline è caratterizzato da una disregolazione emotiva pervasiva e da oscillazioni dell’umore dipendenti dal contesto, in particolare dall’andamento delle relazioni interpersonali.<br />
Problemi con la rabbia. Questi pazienti, nel tentativo di controllare i propri picchi emotivi, ricorrono all’azione impulsivamente, agiscono senza riflettere. L’impulsività si può esprimere con esplosioni di rabbia e litigi anche molto violenti.<br />
Relazioni caotiche. Il paziente borderline manifesta grosse difficoltà nei rapporti interpersonali. In particolare, la sua incapacità di contenere la rabbia, nonché di limitarne le espressioni manifeste, gli preclude ogni possibilità di mantenere rapporti affettivi stabili.<br />
Paura dell’abbandono. I pazienti borderline hanno sviluppato nel corso della propria storia un concetto di sé in quanto esseri indegni, cattivi, difettosi e si aspettano che, nel momento in cui gli altri si saranno accorti di questa loro indegnità, inevitabilmente li abbandoneranno. Ai loro occhi ogni allontanamento, ogni assenza, ogni distacco temporaneo e anche le piccole divergenze quotidiane rappresentano un potenziale pericolo che quello che loro si aspettano, ovvero di essere abbandonati, stia per accadere.<br />
Disturbi dell’identità con mancanza di senso di sé e senso di vuoto. Il paziente borderline ha spesso la percezione di essere “diverso” , di essere quasi un’altra persona a seconda della situazione e del contesto. Spesso, questa è la stessa percezione che hanno le persone che vivono e sono vicine ad un paziente borderline. A volte hanno la sensazione di avere a che fare con persone differenti a seconda della situazione.<br />
Comportamenti suicidari. Accade spesso che i pazienti borderline tentino il suicidio, pensino al suicidio o siano convinti che il suicidio sia la migliore soluzione ai propri problemi. l’idea di potersi togliere la vita, per queste persone, rappresenta una sorta di “via d’uscita”, un sollievo da stati emotivi negativi molto intensi.<br />
Sembra che anche i gesti autolesivi e impulsivi, in generale, servano a dare sollievo nei momenti di disperazione. Un’overdose, ad esempio, determina generalmente un’ipersonnia che ha importanti effetti sulla regolazione dell’emotività.<br />
Risposte dissociative. In momenti di estremo stress, i pazienti borderline possono manifestare sintomi di dissociazione durante i quali hanno la sensazione di non essere “presenti a sé stessi” e dei quali, a posteriori, non ricordano nulla.</p>
<p><strong>Disturbo Narcisistico di Personalità</strong><br />
I pazienti narcisistici sono individui che coltivano ed esprimono un’idea di sé stessi in quanto esseri speciali, le cui qualità sono eccezionali ma sottostimate dagli altri. Spesso i narcisisti soffrono proprio a causa di questo mancato riconoscimento del proprio valore da parte degli altri. Il soggetto è pervaso da un senso di grandiosità (nella fantasia o nel comportamento), da un bisogno continuo di adulazione e dall’incapacità di entrare in empatia con gli altri. Il disturbo compare nella prima età adulta e per essere diagnosticato devono essere presenti 5 (o più) dei seguenti sintomi:</p>
<ul>
<li type="square">Senso grandioso del sé ovvero senso esagerato della propria importanza</li>
<li type="square">Fantasie di successo illimitato, di potere, effetto sugli altri, bellezza, o di amore ideale</li>
<li type="square">Convinzione di essere &#8220;speciale&#8221; e unico/a, e di poter essere capito/a solo da persone speciali; oppure eccessiva preoccupazione di ricercare vicinanza/essere associato a persone di status (in qualche ambito) molto alto</li>
<li type="square">Desiderio di un’ammirazione eccessiva rispetto al normale</li>
<li type="square">Forte sentimento di propri diritti e facoltà, irrealisticamente convinzione che altri individui/situazioni debbano soddisfare le sue aspettative</li>
<li type="square">Tendenza ad approfittare degli altri per raggiungere i propri scopi senza rimorso</li>
<li type="square">Carenza di empatia: non si accorge (non riconosce) o non dà importanza a sentimenti altrui, non desidera identificarsi con i loro desideri</li>
<li type="square">Tendenza a provare invidia e convinzione che altri provino invidia per lui/lei</li>
<li type="square">Modalità affettiva di tipo predatorio (rapporti di forza sbilanciati, con scarso impegno personale, desidera ricevere più di quello che dà, che altri siano affettivamente coinvolti più di quanto lui/lei lo è) Il senso di grandiosità di cui è pervaso l’individuo narcisista maschera una profonda vulnerabilità che lo rende ipersensibile alle critiche o alle frustrazioni in seguito alle quali il soggetto può sviluppare un senso di umiliazione tale da condurlo al ritiro sociale o all’umore depresso. All’opposto, di fronte a una critica, può reagire con sdegno, rabbia o contrattaccare con insolenza. Le relazioni interpersonali sono perciò normalmente compromesse, inficiate dalla sua intolleranza alla critica e alla sconfitta.</li>
</ul>
<p><strong>Disturbo Dipendente di <strong>Personalità</strong><br />
</strong>Il paziente affetto da Disturbo di personalità dipendente ha una vitale e pervasiva necessità di relazioni interpersonali nelle quali viene accudito, teme fortissimamente la solitudine e l’abbandono ed è scarsamente incline ad intraprendere delle azioni autonomamente.<br />
Per fare diagnosi di Disturbo di personalità dipendente è necessario che il paziente presenti almeno 4 dei seguenti sintomi:</p>
<ul>
<li type="square">Difficoltà a prendere decisioni quotidiane senza richiedere un’eccessiva quantità di consigli e rassicurazini</li>
<li type="square">Bisogno che gli altri si assumano le responsabilità per la maggior parte dei settori della sua vita</li>
<li type="square">Difficoltà ad esprimere disaccordo verso gli altri per il timore di perdere supporto o approvazione</li>
<li type="square">Difficoltà ad iniziare progetti o a fare cose autonomamente (per una mancanza di fiducia nel proprio giudizio o nelle proprie capacità piuttosto che per mancanza di motivazione o di energia)</li>
<li type="square">Tendenza a fare qualsiasi cosa pur di ottenere accudimento e supporto da altri, fino al punto di offrirsi per compiti spiacevoli</li>
<li type="square">Sensazione di essere a disagio o indifeso quando è solo per il timore esagerato di essere incapace di provvedere a se stesso.</li>
<li type="square">Al termine di una relazione stretta, ricerca urgentemente un’altra relazione come fonte di accudimento e di supporto</li>
<li type="square">Preoccupazione non realistica di essere lasciato a provvedere a se stesso.</li>
</ul>
<p>A livello comportamentale, il paziente dipendente appare docile, non assertivo e tendente ad evitare le responsabilità adulte con una conseguente sottomissione nelle relazioni interpersonali e un livello relativo all’immagine di sé caratterizzato da ingenuità e sentimenti di inettitudine e inadeguatezza. Il paziente dipendente si vede debole, bisognoso di cure e indifeso in contrasto con la rappresentazione delgi altri, visti come cometenti e capaci di assicurare protezione e accudimento.</p>
<p><strong>Disturbo evitante di personalità</strong><br />
Il paziente evitante è un soggetto estremamente distaccato e indifferente alle relazioni umane. Alla soglia del contatto con gli altri si sente inadeguato, ne teme il giudizio negativo, è inibito e prova emozioni di ansia e vergogna tipiche delle componenti fobiche della personalità. Il paziente evitante vive in modo più o meno pervasivo un senso di estraneità nei rapporti duali e di esclusione nei rapporti gruppali, non riesce a provare un pieno ed appagante senso di condivisione ed appartenenza.<br />
Le caratteristiche essenziali del Disturbo Evitante di personalità come descritte nel DSM-IV tr sono una modalità pervasiva di inibizione sociale, sentimenti di inadeguatezza e ipersensibilità alla valutazione negativa. Il nucleo problematico centrale del disturbo evitante è l’estrema difficoltà di raggiungere l’intimità con altri individui, a stabilire relazioni strette perché all’interno di relazioni strette l’evitante avverte comunque un senso di esclusione. I pazienti evitanti collegano il senso di inadeguatezza che vivono nella relazione all’aspettativa di essere rifiutati o giudicati negativamente; ne consegue la tendenza ad evitare, fuggire i rapporti con gli altri.<br />
L’evitante è estremamente diffidente nelle relazioni non per il timore di subire un danno dagli altri ma perché in mezzo agli altri sperimenta un vuoto emotivo profondo che non riesce quasi a spiegarsi. LA sua sfiducia è legata al timore di sentirsi imbarazzato ed umiliato una volta scoperta la sua inadeguatezza.<br />
Evitare le relazioni allevia stati d’animo negativi elicitati dal pensiero di vivere relazioni intime problematiche. Il desiderio di affetto si accompagna ad una costante paura del rifiuto, di qui il ritiro in una solitudine vissuta con tristezza.<br />
Gli evitanti ritengono di essere socialmente incompetenti; ciò li rende estremamente sensibili al giudizio, timorosi del rifiuto e proni all’autocritica. Un giudizio negativo confermerebbe la loro convinzione di essere non amabili e pieni di difetti. La prospettiva del rifiuto è quindi per loro dolorosissima e, vista la bassa autostima, preferiscono tenere a distanza le persone che, avvicinandosi, potrebbero scoprire la loro vera natura.</p>
<p><strong>Disturbo Paranoide di Personalità</strong><br />
Il paziente con disturbo di personalità paranoide è caratterizzato da una tendenza ingiustificata a percepire le azioni degli altri come minacciose e/o umilianti. Spesso non è possibile definire un esordio del disturbo in quanto il tratto della sospettosità viene descritto come un tratto stabile della persona (i familiari spesso dichiarano “è sempre stato estremamente sensibile e permaloso”).<br />
I pazienti paranoidi sembrano trascorrere la loro esistenza in un unico stato emotivo e cognitivo caratterizzato dalla sospettosità e dalla diffidenza e tale condizione pare non essere vissuta con disagio dal paziente stesso.<br />
I temi che dominano gli stati mentali del paziente paranoide sono i più variegati: la sensazione di minaccia-pericolo-aggressione, il timore di essere umiliati e la percezione di essere vittime di ingiustizia da parte di un’innumerevole quantità di persone.<br />
Sebbene il paziente paranoide desideri avere delle relazioni con gli altri, il suo stile guardingo fa sì che gli altri si allontanino.<br />
La sensazione pervasiva che caratterizza le interazioni del paziente e che probabilmente sostiene la tendenza a diffidare di tutti è quella del distacco. Il senso doloroso della non appartenenza, dell’essere escluso in quanto non voluto, dell’essere emarginato dal gruppo, sono tratti specifici della condizione paranoidea.<br />
Una delle caratteristiche che si possono rintracciare nelle storie dei pazienti paranoidi è la costanza della sensazione di minaccia e di pericolo.<br />
Alcuni autori sostengono che il disturbo Paranoide di personalità derivi fondamentalmente da una cronica carenza di fiducia legata strettamente a maltrattamenti familiari. In questi modelli, il bambino imparerebbe ad aspettarsi dagli altri comportamenti sadici, a riconoscere e sopravvalutare ogni segnale di pericolo.</p>
<p><strong>Disturbo Istrionico di Personalità</strong><br />
Il disturbo istrionico di personalità è un disturbo di personalità caratterizzato essenzialmente da un’intensa emotività, esternata con modalità teatrali, e da costanti tentativi di ottenere attenzione, approvazione e sostegno dagli altri, mediante comportamenti celatamente o apertamente seduttivi. Oltre allo stile interpersonale drammatico e inappropriatamente seduttivo, caratterizzano questo disturbo l’impressionabilità, la tendenza alla somatizzazione e la ricerca della novità.<br />
Tali caratteristiche compaiono entro la prima età adulta della persona, investono numerosi contesti della sua vita e li compromettono, causando sofferenza soggettiva.<br />
Le persone che presentano un disturbo istrionico di personalità si sentono a disagio o non si sentono apprezzate quando non sono al centro dell’attenzione altrui. Queste persone possono inizialmente affascinare le nuove conoscenze per il loro entusiasmo, l’ipersocievolezza, la tendenza a coinvolgere, l’ostentazione di sicurezza e la seduttività. In particolare, il loro comportamento seduttivo risulta inappropriato in quanto viene attuato in contesti non adeguati (es. in ambito lavorativo) e anche nei confronti di persone per cui non nutrono un reale interesse sentimentale o sessuale (es. datori di lavoro, amici).<br />
La focalizzazione sull’approvazione altrui, piuttosto che sulle proprie esperienze interne, determina la propensione a considerare se stessi solo in funzione degli altri e, dunque, a sperimentare uno scarso senso di identità personale.<br />
Altra caratteristica distintiva di questo disturbo è l’espressione emotiva drammatica e superficiale. Chi soffre di disturbo istrionico di personalità ha manifestazioni emotive intense e plateali (es. piangere in modo incontrollabile per un evento di scarso rilievo, abbracciare con trasporto persone conosciute da poco), che si accendono e spengono in modo rapido e che non sembrano vissute in profondità. Queste persone, infatti, possono venir accusate di simulare sentimenti che non vivrebbero in maniera autentica. In particolare, lo stile di comunicazione di chi presenta il disturbo istrionico di personalità risulta teatrale (es. gesticolare, usare la mimica facciale), impressionistico e privo di dettagli: queste persone possono esprimere opinioni in modo convincente, ma le sottostanti ragioni spesso risultano prive di dati e di dettagli che le supportano.<br />
Un’altra caratteristica peculiare del disturbo istrionico di personalità è il considerare le proprie relazioni più intime di quanto siano in realtà (es. considerare un conoscente come un caro amico, fantasticare su conoscenti in modo romantico, permettersi di chiamare per nome di battesimo persone appena conosciute).<br />
Sul piano psicosociale, le persone che hanno sviluppato il disturbo istrionico di personalità spesso hanno sperimentato durante l’infanzia difficoltà nella soddisfazione dei loro legittimi bisogni di attenzione e cure. Alcune di queste persone sono state apprezzate dalle figure significative, in particolare dai genitori, per il loro aspetto piacevole e per le loro doti di intrattenitori, piuttosto che per il loro modo di essere, per cui hanno imparato che, per soddisfare i propri bisogni affettivi, bisogna utilizzare l’aspetto fisico e la seduttività</p>
<p><strong>Disturbo Ossessivo Compulsivo di Personalità</strong><br />
Il disturbo di personalità ossessivo compulsivo è caratterizzato da un complesso di risposte molto rigide della personalità, tendenza ad osservare rigorosamente regole e procedure, perfezionismo patologico, occorrenza di pensieri e azioni ripetitive.<br />
I pazienti che presentano un disturbo ossessivo-compulsivo di personalità, presentano comportamenti coerenti con le seguenti caratteristiche: ferma applicazione delle regole e dei principi in cui credono, adesione alle convenzioni sociali, scrupolosità e coscienziosità in materia di moralità e di etica; rigida organizzazione della vita quotidiana; dedizione eccessiva al lavoro, occupano gran parte del tempo in attività produttive, al punto da escludere i momenti di svago e le amicizie; perfezionismo patologico che interferisce con la capacità di prendere decisioni e di portare a termine le attività programmate; elaborazione di schemi, liste, programmi e gerarchie relativi allo svolgimento di un compito; accumulo di oggetti consumati o di nessun valore; avarizia e mancanza di generosità, in quanto considerano il denaro come qualcosa da accumulare in vista di catastrofi future; comportamenti interpersonali formali, educati e corretti; comportamento giudicante, critico, controllante e punitivo nei confronti di coloro con cui entrano in relazione; comportamento compiacente e fintamente ossequioso nei confronti di figure che percepiscono come autorevoli; riluttanza a delegare lo svolgimento dei compiti e scarsa collaborazione nei gruppi di lavoro e, infine, insistenza nel pretendere che i subordinati aderiscano ai ruoli ed ai metodi che essi stabiliscono.<br />
Dal punto di vista emotivo, invece, presentano una notevole difficoltà ad esprimere i propri stati d’animo ed a manifestare emozioni di calore e di premura verso gli altri; nello stesso tempo, essi mostrano una fondamentale tendenza a trattenere i propri sentimenti aggressivi, nonché qualunque indicazione sui propri interessi personali, dedicando tutti i loro sforzi per andare incontro ai desideri altrui.<br />
Ad ogni modo, le emozioni da loro maggiormente sperimentate sono: l’ansia relativa all’eventualità che si verifichino catastrofi future; la paura di essere disapprovati e giudicati negativamente; la rabbia e l’ostilità verso gli altri, legate all’impossibilità di esprimere le proprie emozioni ed i propri pensieri.<br />
Appaiono, inoltre, profondamente rigidi e testardi, al punto da rimanere inflessibilmente ancorati alle proprie convinzioni, riluttanti a considerare il punto di vista altrui e ad accettare idee diverse dalle proprie.<br />
I pensieri tipici che attraversano la mente di questi pazienti sono: “Ci sono comportamenti, decisioni ed emozioni giuste e sbagliate”; “Sbagliare significa aver fallito, essere meritevoli di critica”; “Fallire è intollerabile”; “La gente dovrebbe fare meglio, mettercela tutta”; “So qual é la cosa migliore da fare”; “I dettagli sono essenziali”; “Devo controllare perfettamente il mio ambiente, così come me stesso; la perdita di controllo è intollerabile e pericolosa”; “Senza le mie regole crollerò”.<br />
Difetti ereditari o congeniti possono svolgere un ruolo rilevante nella strutturazione del disturbo ossessivo-compulsivo di personalità; allo stesso modo, un temperamento ansioso può notevolmente incidere su tale sindrome.<br />
Un peso importante nell’insorgenza del disturbo può essere assunto, inoltre, da alcune caratteristiche presenti nei genitori di questi pazienti; tra esse le più rilevanti sembrano essere: poca spontaneità ed espressività emotiva dei genitori; eccessiva indulgenza, durante i primi anni di vita del figlio ed elevati standard morali.</p>
<p><strong>Disturbo di Personalità Schizoide</strong><br />
Il paziente schizoide è caratterizzato da un totale ritiro emotivo. Dal momento che possiede capacità molto ridotte di esperire e manifestare emozioni, è estremamente difficile comprenderlo e mettersi “nei suoi panni”. ll paziente schizoide sembra addirittura non “avere” i sentimenti, per questo motivo è molto difficile che chi gli sta intorno abbia la sensazione di aver instaurato una relazione con lui.<br />
I criteri DSM per fare diagnosi di Disturbo schizoide di personalità sono:<br />
Una modalità pervasiva di distacco dalle relazioni sociali e una gamma ristretta di espressività emotiva nel contesto interpersonale, comparse entro la prima età adulta e presenti in diversi contesti come indicato da almeno quattro dei seguenti criteri:</p>
<ul>
<li type="square">non desidera né prova piacere nelle relazioni strette, incluso il far parte di una famiglia;</li>
<li type="square">quasi sempre sceglie attività solitarie;</li>
<li type="square">dimostra poco o nessun desiderio di avere esperienze sessuali con un’altra persona;</li>
<li type="square">trae piacere, ammesso che ciò accada, in poche attività;</li>
<li type="square">non ha amici stretti o confidenti a parte i parenti stretti;</li>
<li type="square">appare indifferente nei confronti delle lodi o delle critiche degli altri;</li>
<li type="square">mostra freddezza e distacco emozionale, o un’affettività ristretta;</li>
</ul>
<p>I soggetti con disturbo schizoide di personalità danno l&#8217;impressione di essere freddi e distaccati; mostrano un&#8217;estrema riservatezza e una mancanza di coinvolgimento negli eventi di ogni giorno e nelle preoccupazioni degli altri. Appaiono calmi, distanti, appartati e asociali. Possono condurre la loro vita con un bisogno o un desiderio sorprendentemente scarso di legami emozionali con gli altri. La storia della vita di queste persone riflette interessi solitari e successo in lavori non competitivi e isolati, difficilmente tollerati dagli altri. La loro vita sessuale può esistere esclusivamente a livello di fantasia e possono posporre indefinitamente la sessualità matura. Di solito, i soggetti con disturbo schizoide di personalità sono in grado di investire un&#8217;enorme energia affettiva in interessi non umani, come ad esempio la matematica e l&#8217;astronomia, e sono molto attaccati agli animali. Spesso sono del tutto assorbiti in manie dietiste e salutiste, movimenti filosofici e progetti di miglioramento sociale, soprattutto se non è richiesto un coinvolgimento personale.<br />
Sebbene i soggetti con disturbo schizoide di personalità sembrino essere assorbiti in loro stessi e impegnati in un eccessivo sognare a occhi aperti, hanno una normale capacità di riconoscere la realtà. Spesso vengono considerati distaccati; tuttavia, talvolta, sono in grado di concepire, sviluppare e offrire al mondo idee davvero originali e creative.</p>
<p><strong>Disturbo di Personalità Schizotipico</strong><br />
Il disturbo Schizotipico di personalità è caratterizzato da nna modalità pervasiva di deficitarie relazioni interpersonali e sociali caratterizzata da un disagio acuto e da una ridotta capacità nelle relazioni intime così come da distorsioni cognitive o percettive ed eccentricità comportamentali che compaiono entro la prima età adulta e sono presenti in una grande varietà di contesti, come indicato da almeno cinque dei seguenti criteri:</p>
<ul>
<li type="square">idee di riferimento (con esclusione del delirio di riferimento);</li>
<li type="square">strane credenze o pensiero magico che influenzano il comportamento e sono in contrasto con le norme subculturali (ad esempio: superstizione, credere nella chiaroveggenza, nella telepatia o nel “sesto senso”; nei bambini e negli adolescenti fantasie e pensieri bizzarri);</li>
<li type="square">esperienze percettive insolite, comprese le illusioni corporee;</li>
<li type="square">pensiero e linguaggio strani ( ad esempio: bizzarro, circostanziato, metaforico, iperelaborato o stereotipato);</li>
<li type="square">sospettosità o ideazione paranoide;</li>
<li type="square">affettività inappropriata o coartata;</li>
<li type="square">comportamento o aspetto strano, eccentrico o bizzarro;</li>
<li type="square">nessun amico stretto o confidente oltre ai parenti di primo grado;</li>
<li type="square">eccessiva ansia sociale, che non diminuisce con la familiarità e che tende ad essere associata con paure paranoidi piuttosto che con una autovalutazione negativa;</li>
</ul>
<p>E’ stato riportato che il Disturbo Schizotipico di Personalità si manifesta approssimativamente nel 3% della popolazione generale.<br />
I pazienti schizoidi e schizotipici spesso vivono ai margini della società. Possono essere ridicolizzati come oppure possono essere semplicemente lasciati da soli a condurre un’esistenza solitaria e riservata. Il loro isolamento e la loro provare e condividere emozioni possono indurre gli altri a rammaricarsi per loro e a ricercarli. Spesso, tuttavia, gli individui che compiono tale gesto finiscono per rinunciarvi dopo essere stati ripetutamente respinti. I familiari possono diventare così esasperati da costringere i loro congiunti a cercare una cura. Altri pazienti schizoidi e schizotipici possono accedere al trattamento psichiatrico per libera scelta, a causa della loro dolorosa solitudine.<br />
I pazienti con disturbo schizotipico di personalità presentano una vulnerabilità biologica comune a quella della schizofrenia identificabile nella dimensione di organizzazione cognitivo/percettiva (capacità di elaborare adeguatamente stimoli, processare le informazioni in relazione all’esperienza pregressa e selezionare la strategia di risposta più adeguata). Fra gli indicatori neuropsicologici comuni, gli autori hanno individuato pattern disfunzionali nei movimenti oculari, disturbi dell’attenzione sostenuta, della capacità di elaborare le informazioni e disturbi della percezione sensoriale. Alla luce di questi dati, il disturbo schizotipico di personalità può essere considerato quello in cui i fattori biologici sembrano avere l’influsso più rilevante sull’etiologia.</p>
<p><strong>Disturbo Antisociale di Personalità</strong><br />
Il Disturbo Antisociale di Personalità (DasP) è caratterizzato da una modalità di comportamento irresponsabile e aggressiva. Gli individui che presentano un DAsP sono incapaci di far fronte agli obblighi finanziari, di essere genitori responsabili e di sostenere un’attività lavorativa continuativa; questi soggetti compiono ripetutamente atti illegali suscettibili di arresto come rubare, avere occupazioni illecite o distruggere proprietà, sono spesso coinvolti in risse e sono incapaci di provare sensi di colpa o rimorso. Perché possa essere formulata diagnosi di Disturbo Antisociale di Personalità l’individuo deve avere almeno 18 anni e una storia di Disturbi della Condotta prima dei 15 anni.<br />
Queste persone presentano una modalità di comportamento socialmente irresponsabile e di indifferenza per i diritti degli altri e la violazione di essi.<br />
Le persone che accusano questo disturbo sono di solito segnate da una lunga storia di comportamenti antisociali che, nella quasi totalità dei casi, si evidenziano prima di aver compiuto i diciotto anni. L’infanzia di questi pazienti è di solito contrassegnata da piccoli furti, menzogne, frequenti scontri con chi rappresenta l’autorità. Una volta adulte, queste persone sono incapaci assumersi responsabilità. Non conoscono la gratitudine o il rimorso, mentre provano frequentemente sentimenti quali rabbia, noia e disprezzo. Sono tendenzialmente arroganti e portate a sfruttare chiunque possa soddisfare i loro bisogni.<br />
Sono stati individuati diversi fattori di rischio che espongono all’insorgenza del disturbo antisociale di personalità.<br />
Rispetto alla popolazione generale, il disturbo antisociale di personalità è più comune tra i consanguinei di primo grado di individui che hanno questo disturbo. Da alcuni studi sull’adozione emerge che sia fattori genetici, che ambientali contribuiscono all’insorgenza di questo disturbo. Infatti sia i figli biologici, che quelli adottivi di genitori con disturbo antisociale di personalità hanno una probabilità maggiore di sviluppare tale disturbo.<br />
Le acquisizioni scientifiche nell’ambito della teoria della mente ci permettono di affermare che chi è affetto dal disturbo antisociale di personalità comprende gli stati mentali (pensieri, emozioni e sensazioni fisiche) propri e altrui, ma ha difficoltà ad assumere la prospettiva degli altri (difficoltà di decentramento) e, dunque, a sintonizzarsi emotivamente con loro. Potrebbe esistere una predisposizione biologica a tale deficit e/o questo potrebbe essere appreso da figure di accudimento che presentano il deficit.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li><a title="Il disturbo dipendente di personalità" href="http://www.milanopsicologo.it/il-disturbo-dipendente-di-personalita/" target="_blank">IL DISTURBO DIPENDENTE DI PERSONALITÀ</a></li>
<li><a title="I disturbi di personalità sono trattabili?" href="http://www.milanopsicologo.it/i-disturbi-di-personalita-sono-trattabili/" target="_blank">I DISTURBI DI PERSONALITÀ SONO TRATTABILI?</a></li>
<li><a title="Il disturbo borderline di personalità.  Piccola guida per pazienti e familiari" href="http://www.milanopsicologo.it/il-disturbo-borderline-di-personalita-micro-guida-per-pazienti-e-familiari/" target="_blank">IL DISTURBO BORDERLINE DI PERSONALITÀ. PICCOLA GUIDA PER PAZIENTI E FAMILIARI</a></li>
<li><a title="Il disturbo evitante di personalità" href="http://www.milanopsicologo.it/il-disturbo-evitante-di-personalita/" target="_blank">IL DISTURBO EVITANTE DI PERSONALITÀ</a></li>
</ul>
</div>
</div>
</div>
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		<title>Ipocondria</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Jan 2012 13:41:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>studiocorvetto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ipocondria]]></category>
		<category><![CDATA[ipocondria]]></category>
		<category><![CDATA[preoccupazione]]></category>
		<category><![CDATA[psicoeducazione]]></category>

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		<description><![CDATA[L’ipocondria viene definita dal manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-IV tr) come la preoccupazione dovuta alla convinzione di avere una malattia grave. Tale convinzione erronea è causata dall’ interpretazione scorretta di alcune sensazioni corporee e persiste nonostante un’accurata valutazione medica escluda la presenza di una condizione di patologia tale da giustificare la preoccupazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<div>
<div>
<div>L’ipocondria viene definita dal manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-IV tr) come la preoccupazione dovuta alla convinzione di avere una malattia grave.</div>
<div>Tale convinzione erronea è causata dall’ interpretazione scorretta di alcune sensazioni corporee e persiste nonostante un’accurata valutazione medica escluda la presenza di una condizione di patologia tale da giustificare la preoccupazione ipocondriaca.<br />
Secondo il manuale (DSM-IV tr), i criteri per fare diagnosi di Ipocondria sono:</div>
<ul>
<li type="square">La preoccupazione legata alla paura di avere, oppure alla convinzione di avere, una malattia grave, basate sulla erronea interpretazione di sintomi somatici da parte del soggetto.</li>
<li type="square">La preoccupazione persiste nonostante la valutazione e la rassicurazione medica appropriate.</li>
<li type="square">La convinzione di cui al Criterio A non risulta di intensità delirante (come nel Disturbo Delirante, Tipo Somatico) e non è limitata a una preoccupazione circoscritta all’aspetto fisico (come nel Disturbo di Dismorfismo Corporeo).</li>
<li type="square">La preoccupazione causa disagio clinicamente significativo oppure menomazione nel funzionamento sociale, lavorativo, o in altre aree importanti.</li>
<li type="square">La durata dell’alterazione è di almeno 6 mesi.</li>
<li type="square">La preoccupazione non è meglio attribuibile a Disturbo d’Ansia Generalizzato , Disturbo Ossessivo-Compulsivo, Disturbo di Panico (Senza Agorafobia e Con Agorafobia), Episodio Depressivo Maggiore, Ansia di Separazione, o un altro Disturbo Somatoforme.</li>
</ul>
<p>Dal punto di vista diagnostico, è stata evidenziata la necessità di disporre di un numero maggiore di “categorie” per classificare i disturbi ipocondriaci (Taylor e Asmundson, 2004) e in particolare per dare un nome a tutte le forme di eccessiva ansia per la salute che non soddisfano i criteri del disturbo ipocondriaco. Nello specifico, è stato proposto di concepire un’ulteriore sottocategoria diagnostica dell’ipocondria ovvero la categoria dell’”ansia eccessiva connessa allo stato di salute” (Health Anxiety) che possa essere utile per diagnosticare tutte le forme subcliniche di Ipocondria che non soddisfano i criteri diagnostici DSM per intensità o per durata. L’eccessiva ansia per la salute, ad esempio, a differenza dell’ipocondria, può avere una durata inferiore ai 6 mesi e può essere meno debilitante per il soggetto. Inoltre, nel caso dell’ansia eccessiva connessa allo stato di salute, la convinzione o la paura di essere gravemente ammalati può essere verosimilmente meno resistente che nell’ipocondria. Di fatto, però, ipocondria e ansia eccessiva connessa allo stato di salute rappresentano estremi diversi del medesimo fenomeno clinico.<br />
Tipicamente, il soggetto ipocondriaco attibuisce sensazioni corporee sgradevoli alla presenza di una malattia grave e, nel tentativo di scongiurare questa possibilità, cerca costantemente rassicurazioni sia da parte dei medici che lo hanno in carico che attraverso la ricerca frequente di informazioni sulla malattia da fonti diverse. I soggetti ipocondriaci spesso si oppongono all’ipotesi di avere o di un soffrire di un disturbo psicologico.<br />
I pazienti ipocondriaci, spesso, adottano uno stile di vita simile a quello di un malato cronico o di un invalido ed evitano attività che richiedono degli sforzi nel timore che questo possa nuocere alla loro salute. Soffrono molto e si lamentano della propria salute parlandone lungamente con chiunque li ascolti. Queste modalità d’interazione con gli altri conducono spesso il paziente ipocondriaco ad un progressivo logorio delle relazioni interpersonali, sia al di fuori che all’interno del nucleo familiare. Rabbia e frustrazione sia da parte del paziente che da parte del medico che lo ha in carico sono frequenti e portano spesso il paziente a cercare aiuto e rassicurazione da parte di medici diversi.<br />
L’Ipocondria può insorgere a qualsiasi età anche se si sviluppa più spesso nella prima età adulta (American Psychological Association, 2000). E’ ugualmente comune in uomini e donne (Creed &amp; Barsky, 2004) e tipicamente insorge durante periodi di intenso stress, durante o dopo una grave malattia oppure dopo la perdita di un familiare (Barsky &amp; Klerman, 1983). L’ipocondria ha spesso un decorso cronico, persiste per anni nel 50% dei casi e presenta una comorbidità con disturbi d’ansia, disturbi dell’umore e disturbi somatoformi (American Psychological Association, 2000).<br />
Negli anni sono state proposte numerose teorie e modelli esplicativi per l’Ipocondria e l’ansia per la salute. Ad oggi, però, il modello meglio articolato e soprattutto l’unico sostenuto empiricamente è il modello cognitivo comportamentale che ha portato alla costruzione di un approccio terapeutico di comprovata efficacia (Salkovskis et al., 2003; Taylor &amp; Asmundson, 2004).<br />
Il concetto chiave di questo modello è che l’ipocondria derivi dall’esistenza di credenze disfunzionali riguardo la malattia, la salute, le cure mediche, la propria vulnerabilità. Queste credenze portano la persona a interpretare scorrettamente il significato e la pericolosità di sensazioni o perturbazioni corporee innocue. Tali sensazioni “benigne” possono derivare da diverse condizioni: perturbazioni corporee, disturbi minori, attivazione neurovegetativa procurata dall’ansia o da altre emozioni.<br />
Il corpo umano è “rumoroso”, particolari sensazioni corporee rappresentano la quotidianità anche per le persone sane (Pennebaker, 1982). I soggetti ipocondriaci, però, tendono a sovrastimare la pericolosità di queste sensazioni.<br />
La ricerca sul disturbo ha oramai ampiamente dimostrato che i soggetti ipocondriaci sono molto più sensibili e attenti ai segnali corporei dei soggetti non ipocondriaci (Hanback &amp; Revelle, 1978).<br />
Studi recenti su gemelli monozigoti e dizigoti indicano che la componente genetica gioca un ruolo modesto nel dare conto dell’origine dell’Ipocondria e dell’ansia per la salute. I gemelli monozigoti e dizigoti, infatti, non ottengono punteggi molto differenti su scale che misurano l’ansia per la salute (Taylor et al., 2006). Le determinanti più importanti sembrano dunque essere quelle ambientali.<br />
Fattori ambientali importanti sembrano essere tutte le esperienze precoci di apprendimento (episodi di malattia, aver ottenuto cure o altri tipi di rinforzo solo se malati, aver osservato figure significative avere a che fare con la malattia) che portano il soggetto a formulare e convalidare credenze disfunzionali sulla propria debolezza e su quanto siano pericolose le perturbazioni e le sensazioni del corpo (Robbins &amp; Kirmaier, 1996; Witehead et al., 1994). Una volta costituitesi, queste credenze possono essere attivate ogni qual volta il soggetto entri in contatto con informazioni correlate al disagio (sensazioni o cambiamenti del corpo, informazioni dai media ecc.).<br />
Perché le credenze disfunzionali di cui abbiamo parlato si consolidano e persistono nelle persone che soffrono di Ipocondria?<br />
Le ragioni sono molteplici. In primo luogo, questi soggetti tendono a sperimentare molti “falso allarme” rispetto alla propria salute, ovvero sperimentano situazioni nelle quali sensazioni corporee spiacevoli da terrorizzanti diventano innocue. Queste esperienze a volte hanno il potere di disconfermare la credenza che la propria salute sia a rischio. Altre volte, però, si verifica il contrario, ovvero l’esperienza viene interpretata in maniera coerente e compatibile con la credenza. Ad esempio, il soggetto può ritenere che solo perché una sensazione corporea spiacevole, da terrorizzante si sia trasformata in innocua, questo non preclude la possibilità che a un certo punto nel futuro quella stessa sensazione spiacevole non possa essere dovuta realmente all’esistenza di una grave malattia (“Stavolta sono stato fortunato. La prossima volta potrebbe essere una cosa seria!”).<br />
In secondo luogo, i soggetti ipocondriaci tendono a mettere in atto comportamenti disadattivi con l’obiettivo di alleviare le proprie sofferenze e paure. Tra i più importanti comportamenti di coping maladattivi vi è la ricerca costante di rassicurazione (dai medici, dagli amici o da altri significativi) oppure tramite il controllo continuo del proprio corpo. Questi comportamenti tendono a ripetersi e perpetuarsi nel tempo perché, nel breve termine, riducono l’ansia del soggetto (Lucock et al, 1998). Nel lungo periodo, però, tali comportamenti mantengono in vita il disturbo. Vediamo come:</p>
<ul>
<li type="square">Maggiore è la quantità di tempo che il soggetto trascorre discutendo della propria salute, maggiore è la quantità di informazioni che raccoglierà circa eventuali condizioni mediche gravi e maggiore, di conseguenza, sarà la sua preoccupazione.</li>
<li type="square">Rivolgendosi costantemente agli altri significativi per chiedere aiuto e rassicurazione, i soggetti ipocondriaci rinforzano un’idea di sé stessi in quanto deboli, vulnerabili, fragili e bisognosi degli altri.</li>
<li type="square">Chiedere rassicurazione ai propri medici circa l’essere o meno affetti da una determinata patologia, espone a maggiore rischio di subire procedure diagnostiche (a volte non necessarie) che acutizzano l’ansia.</li>
<li type="square">Comunicare ai propri pazienti da cosa non sono affetti (“Non hai problemi di cuore”) senza dare loro un’adeguata spiegazione dei loro sintomi e delle loro preoccupazioni (“Stai avendo normali alterazioni della frequenza dei battiti cardiaci per via dello stress, che tendi a notare più del dovuto perché concentri la tua attenzione su questi fenomeni”) favorisce il mantenimento del disturbo.</li>
<li type="square">Non poter dare al paziente l’assoluta certezza dell’assenza del disturbo (raramente i test medici sono sicuri al 100% ma lo sono, magari, al 99%), lascia al paziente spazio per dubitare dell’accuratezza della diagnosi medica (“Il dottore dice che il test è negativo ma forse ha sbagliato qualcosa”). Le persone incapaci di tollerare l’incertezza delle diagnosi mediche spesso persistono nel cercare rassicurazione nella speranza di ottenere test o diagnosi che possano fornire dati certi al 100%. Ovviamente, l’impossibilità di ottenere una diagnosi sicura al 100% non fa altro che alimentare la necessità di cercarla.</li>
</ul>
<p>IL TRATTAMENTO</p>
<p>Fino agli anni 70 e 80 non esisteva alcun trattamento validato per la cura dell’Ipocondria. Solo negli anni 90, la considerazione che i meccanismi implicati nei disturbi d’ansia fossero molto simili a quelli tipici dell’ipocondria e che dunque le modalità di trattamento potessero essere assimilabili, ha portato la ricerca a elaborare e testare alcuni modelli di trattamento. Negli stessi anni si assiste ad un incremento anche delle ricerche in farmacoterapia per il trattamento dell’ipocondria. Sempre partendo dalla considerazione che l’ipocondria sia associata quasi sempre all’ansia e sovente anche a sintomi depressivi, la farmacoterapia del disturbo consiste oggi prevalentemente nell’associazione tra antidepressivi e ansiolitici.<br />
Oggi, la comunità scientifica internazionale riconosce alla terapia cognitivo comportamentale lo status di trattamento di comprovata efficacia per la cura dell’Ipocondria e ne suggerisce l’applicazione dal momento che la sua efficacia è stata validata in diversi studi sperimentali (Barsky &amp; Ahern, 2004; Bouman &amp; Visser, 1998; Clark, Salkovskis, Hackman, Wells, Fennell, Ludgate, Ahmad, Richards, &amp; Gelder, 1998; Visser &amp; Bouman, 2001; Warwick, Clark, Cobb, &amp; Salkovskis, 1996; Taylor &amp; Asmundson, 2004) e in setting clinici “reali” (Salkovskis et al. 2005).<br />
Il trattamento Cognitivo-comportamentale si basa sulla presentazione di un modello che preveda alternative al problema e che possa essere adottato dal paziente in sostituzione del modello basato sulla malattia. Da un certo punto di vista, l’intero trattamento può essere interpretato come un’estesa e dettagliata costruzione di un modello alternativo di comprensione dei sintomi corporei spiacevoli che il paziente sperimenta (Wells, 1999).<br />
Spesso i pazienti ipocondriaci provano vergogna nel parlare delle malattie che temono di avere. Sia i pazienti che i terapeuti cominciano la terapia con aspettative molto diverse l’uno dall’altro. I terapeuti credono che il paziente sia cosciente di avere un problema psicologico e ritenga che la terapia sia l’unica cosa di cui ha bisogno. I pazienti, invece, sono convinti di avere un problema medico e che la terapia sia l’ultima cosa di cui hanno realmente bisogno. Con queste premesse qualsiasi “aggancio terapeutico” risulta essere problematico. Prima di iniziare l’assessment, dunque, è molto importante che il terapeuta conosca molto bene il funzionamento del disturbo e sia preparato e consapevole delle criticità che la terapia di un paziente ipocondriaco presenta e delle difficoltà che si troverà ad affrontare.<br />
I pazienti ipocondriaci interpretano erroneamente le sensazioni corporee e le informazioni relative al proprio stato di salute attribuendo loro una pericolosità di gran lunga superiore a quella che in realtà hanno. Spesso, non prendono neppure in considerazione l’ipotesi meno pericolosa e più probabile in grado di dare conto dei sintomi che sperimentano. Il nucleo fondamentale della terapia del paziente ipocondriaco consiste nell’ aiutarlo a “dismettere” un’interpretazione dei sintomi basata sulla credenza dell’esistenza di una malattia fisica e di costruire insieme a lui un’ipotesi alternativa tramite delle specifiche tecniche cognitive e comportamentali.<br />
In generale, però, i pazienti Ipocondriaci si rivolgono difficilmente ai professionisti della salute mentale e ancora più difficilmente si impegnano in un percorso psicologico. Un intervento psicoeducativo, a tale proposito, può costituire un “passaggio intermedio” utile per il paziente sia nel caso che egli decida di rivolgersi poi ad una psicoterapia, sia per i benefici che esso stesso può offrire al paziente nel caso in cui egli non decida di intraprendere un percorso terapeutico.<br />
La psicoeducazione consiste in linea generale in alcune sessioni (condotte spesso in gruppo) che hanno l’obiettivo di fornire al paziente informazioni specifiche sul disturbo e nel farlo in maniera mirata. Il paziente e il clinico, all’interno del setting psicoeducativo, si trasformano in allievo e insegnante.<br />
Una recente ricerca ha evidenziato l’efficacia della psicoeducazione di gruppo nel trattamento di alcuni disturbi (Lukens &amp; McFarlane, 2004), rilevando che la psicoeducazione soddisfa i criteri per essere classificata all’interno della Categoria 2 (intervento probabilmente o potenzialmente efficace) tra gli interventi terapeutici di comprovata efficacia (Chambless &amp; Hollon, 1998).<br />
Da un punto di vista cognitivo comportamentale, la psicoeducazione rappresenta di per sé un intervento di “riattribuzione” molto importante che consiste nel fornire al paziente un modello di funzionamento del disturbo e un razionale di quella che potrebbe essere la terapia senza però intraprendere con lui un reale percorso psicoterapeutico. Il primo obiettivo è quello di modificare l’interpretazione che il paziente dà del suo stesso disturbo più che alleviare i suoi sintomi.<br />
Un’imponente meta analisi degli studi sui trattamenti psicosociali e farmacologici per la terapia dell’ipocondria è stata condotta nel 2005 da Steven Taylor e Gordon Asmundson. La ricerca scientifica dimostra che la terapia cognitivo-comportamentale abbinata alla fluoxetina possa essere ritenuta il trattamento d’elezione per la terapia dell’ipocondria e di forme “attenuate” (abriged). La psicoeducazione risulta essere comunque indicata quanto la terapia cognitivo comportamentale nel trattamento di forme di ansia legata alla salute meno severe o che, per qualche motivo, non soddisfano pienamente i criteri diagnostici dell’ipocondria.</p>
<ul>
<li><a title="Ipocondria: cos’è e come si cura" href="http://www.milanopsicologo.it/ipocondria-cose-e-come-si-cura/" target="_blank">IPOCONDRIA: COS’È E COME SI CURA</a></li>
<li><a title="StudioCorvetto: ospite in TV per discutere di Ipocondria" href="http://www.milanopsicologo.it/studio-corvetto-ospite-in-tv-per-discutere-di-ipocondria/" target="_blank">STUDIOCORVETTO: OSPITE IN TV PER DISCUTERE DI IPOCONDRIA</a></li>
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		<title>Mobbing</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Jan 2012 13:40:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>studiocorvetto</dc:creator>
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		<category><![CDATA[ansia]]></category>
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		<description><![CDATA[Il mobbing o violenza psicologica sul lavoro non è un fenomeno recente. E&#8217; presente da sempre all&#8217;interno delle organizzazioni e si è sempre legato al progressivo deteriorarsi di una o più relazioni lavorative e a delle chiare alterazioni nel modo di funzionare dell’organizzazione nel suo complesso. Secondo l’Agenzia Europea per la Sicurezza e la Salute [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>Il mobbing o violenza psicologica sul lavoro non è un fenomeno recente. E&#8217; presente da sempre all&#8217;interno delle organizzazioni e si è sempre legato al progressivo deteriorarsi di una o più relazioni lavorative e a delle chiare alterazioni nel modo di funzionare dell’organizzazione nel suo complesso.</div>
<div>Secondo l’Agenzia Europea per la Sicurezza e la Salute sul Lavoro Il mobbing sul posto di lavoro consiste in un “comportamento ripetuto, irragionevole, rivolto contro un dipendente o un gruppo di dipendenti, tale da creare un rischio per la salute e la sicurezza”.</div>
<div>In Italia l’ISPESL (2001) definisce il mobbing come una “forma di violenza psicologica intenzionale, sistematica e duratura, perpetrata in ambiente di lavoro, volta alla estromissione fisica o morale del soggetto/i dal processo lavorativo o dall’impresa”.</div>
<div>E&#8217; un dato oramai condiviso dalla comunità scientifica internazionale che il mobbing possa produrre in chi lo subisce danni fisici e psicologici anche importanti. Non è chiaro in quale misura ciò accada e quante siano percentualmente per persone che, se esposte a situazioni di mobbing, sviluppino disturbi psicologici, psicosomatici o somatici. Di certo la possibilità o meno di sviluppare un qualche disagio dipende dall’intensità degli stimoli stressogeni e dalla loro durata. Anche alcuni tratti di personalità del soggetto possono in qualche modo proteggerlo dal pericolo di sviluppare un vero e proprio disturbo oppure, al contrario, favorirne l’insorgenza. È un dato di fatto, sostenuto da pubblicazioni a livello internazionale</div>
<div>Nei paesi industrializzati la percentuale di lavoratori in cerca di sostegno presso centri specializzati è incostante aumento, ma la consapevolezza su questo tema è ancora molto limitata.</div>
<div>Nella maggior parte dei casi le diagnosi formulate sono nell’ambito dei disturbi dell’umore o dei disturbi d’ansia. L’esperienza clinica e la ricerca dimostrano che le due diagnosi di disturbo dell’adattamento (DA) e il disturbo Post-Traumatico da Stress (DPTS) rappresentino più tipicamente la risposta di un individuo ad un evento esterno fortemente stressogeno.</div>
<div>La Sindrome da disadattamento2 (SDD) è un malessere soggettivo e disturbo emozionale che in genere interferisce con il funzionamento e le prestazioni sociali e che insorge nel periodo di adattamento ad un significativo cambiamento di vita o ad un evento di vita stressante (ICD-10 oppure, secondo il DSM IV, Disturbo dell’Adattamento- DDA).<br />
La Sindrome Post Traumatica da Stress (SPTS) è una risposta ritardata o protratta ad un evento stressante o ad una situazione di natura eccezionalmente minacciosa o catastrofica, in grado di provocare diffuso malessere in quasi tutte le persone (ICD-10 oppure, secondo il DSM IV, Disturbo Post Traumatico da Stress &#8211; DPTS).<br />
Da un punto di vista psicologico la sintomatologia presentata dai pazienti vittime di mobbing è qualitativamente uniforme con, chiaramente, delle marcate differenze in base alla gravità del quadro clinico.</div>
<div>L&#8217;accertamento delle patologie mobbing correlate è estremamente complesso e dovrebbe in tutti i casi prevedere una multidisciplinarietà d’indagine. La valutazione dovrebbe comprendere accertamenti di tipo medico, psichiatrico e psicologico. E’ di estrema importanza raccogliere una dettagliata anamnesi occupazionale che tenga conto della storia lavorativa del soggetto nel suo complesso e non solo dell’episodio che si ritiene possa essere o meno correlato all’insorgenza di patologia.</div>
<div>Un elemento di estrema complessità risiede nell’impossibilità di verificare i dati anamnestici che il soggetto riporta. In questo modo l’accertamento dovrebbe essere basato sul quadro clinico e su una valutazione circa l’attendibilità della persona nel suo complesso. Il protocollo consolidato utilizzato all’interno dell’ambulatorio stress e disadattamento lavorativo della Clinica del Lavoro L. Devoto oltre a prevedere, come si è detto, valutazioni mediche e psicologiche accurate, prevede inoltre l’utilizzo di una complessa batteria di test psicodiagnostici finalizzati a verificare gli aspetti cognitivi, emotivi, comportamentali oltre che la personalità del paziente nel suo complesso. Nel corso delle due giornate di valutazione previste dal protocollo, vengono inoltre raccolti documenti che riguardano la storia lavorativa del paziente che possano essere utilizzati in sede clinica per trarre conclusioni più attendibili possibile.</div>
<div>In linea generale è possibile valutare se e quanto il paziente vittima di una situazione vessatoria sul luogo di lavoro abbia subito un danno di natura biologica, morale o esistenziale.</div>
<div>Stabilire la natura e la percentuale di questo danno è estremamente complesso ma, in linea generale, i passaggi essenziali di tale valutazione sono:</div>
<ul>
<li type="square">Il riscontro di un disturbo della sfera psicopatologica, psicosomatica e comportamentale.</li>
<li type="square">In caso positivo, confronto con la situazione avversativa di lavoro.</li>
<li type="square">La valutazione di eventuali patologie pregresse di tipo psichico, condizioni predisponenti e/o disturbi della personalità che a loro volta possono spiegare il quadro clinico.</li>
<li type="square">La valutazione di eventuali malattie generali, specie a carattere cronico invalidante, ugualmente concorrenti o determinanti il disturbo riscontrato.</li>
<li type="square">La valutazione di altri eventi di vita dotati di potenziale psicotraumatico (ad esempio un lutto di una persona molto cara, un dissesto economico, un divorzio o altro) che ancora possono influire sullo stato psichico della persona.</li>
</ul>
<p>Una volta escluse altre possibili cause, deve essere valutata la reale consistenza della situazione di mobbing attraverso una valutazione della attendibilità complessiva della persona e del suo racconto.</p>
<ul>
<li><a title="Ansia e preoccupazione per il lavoro. Quali sono le cause e cosa fare per affrontarla." href="http://www.milanopsicologo.it/ansia-e-preoccupazione-per-il-lavoro-quali-sono-le-cause-e-cosa-fare-per-affrontarla/" target="_blank">ANSIA E PREOCCUPAZIONE PER IL LAVORO. QUALI SONO LE CAUSE E COSA FARE PER AFFRONTARLA</a></li>
<li><a title="Fare pace con il passato" href="http://www.milanopsicologo.it/fare-pace-con-il-passato/" target="_blank">FARE PACE CON IL PASSATO</a></li>
</ul>
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		<title>Disagio adolescenziale</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Jan 2012 13:39:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>studiocorvetto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Adolescente]]></category>
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		<description><![CDATA[Chi si ritrova a vivere con uno o più figli adolescenti sa bene quanto sia complessa e delicata la relazione con loro, spesso caratterizzata da conflittualità e manifestazioni emotive negative. Quelli che fino a qualche giorno prima sono stati i nostri dolci e teneri bambini, che ci scrivevano letterine piene di belle parole, che ci [...]]]></description>
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<div>Chi si ritrova a vivere con uno o più figli adolescenti sa bene quanto sia complessa e delicata la relazione con loro, spesso caratterizzata da conflittualità e manifestazioni emotive negative.</div>
<div>Quelli che fino a qualche giorno prima sono stati i nostri dolci e teneri bambini, che ci scrivevano letterine piene di belle parole, che ci correvano incontro per abbracciarci e ci dicevano che ci volevano bene, all’improvviso diventano degli implacabili nemici che non ci vogliono più intorno, che non sopportano i nostri consigli, si oppongono alle nostre regole, sono sempre di cattivo umore… Nella maggioranza dei casi non sono in preda ad una strana patologia, ma semplicemente si trovano a confrontarsi con i grossi cambiamenti tipici dell’adolescenza: a livello fisico, cognitivo, emotivo, relazionale ecc.<br />
E’ importante che i genitori siano preparati, non rimangano interdetti davanti a questi naturali cambiamenti e riescano a supportare i ragazzi in questa loro complicata fase di transizione.<br />
E’ chiaro che i genitori stessi sono chiamati a rivedere ed affrontare i cambiamenti che l’evoluzione dei figli implica per il proprio ruolo.<br />
Accettare di non essere più idealizzati e uniche figure di riferimento per i figli, di non poterli più proteggere da tutti i pericoli che li circondano, accettare che pian piano si allontanino dai noi crea complesse reazioni emotive che innescano complicate dinamiche relazionali conflittuali.<br />
Non bisogna inoltre dimenticare che tali normali problematiche connesse alla crescita vengono talvolta affrontate e gestite dagli adolescenti attraverso condotte pericolose che mettono a rischio la salute e il loro benessere in generale. Ad esempio l’utilizzo di droghe, alcool, l’utilizzo eccessivo di internet spesso hanno la funzione di “rimedio” nei confronti del malessere emotivo provato, ad esempio a causa di una scarsa autostima, dell’andamento delle relazioni amicali e sentimentali che non soddisfano le proprie aspettative, delle lotte in famiglia per la propria indipendenza. Ci sono ragazzi che se non adeguatamente ascoltati e supportati possono non vedere alternative a questo tipo di comportamenti dannosi. I genitori devono pertanto essere molto attenti nel cogliere i sintomi del disagio e nel saper affrontare la situazione prima che si instaurino condotte pericolose.</div>
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<li><a title="Adolescenti trasgressivi" href="http://www.milanopsicologo.it/adolescenti-trasgressivi/" target="_blank">ADOLESCENTI TRASGRESSIVI</a></li>
<li><a title="Adolescenti: alla ricerca di modelli ed identità personale" href="http://www.milanopsicologo.it/adolescenza-tra-ricerca-di-modelli-ed-identita-personale/" target="_blank">ADOLESCENTI: ALLA RICERCA DI MODELLI ED IDENTITÀ PERSONALE</a></li>
</ul>
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		<title>Problemi scolastici</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Jan 2012 13:38:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>studiocorvetto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le difficoltà scolastiche sono spesso il primo segnale di disagio manifestato dai nostri figli, sia bambini che adolescenti. Tali difficoltà si possono manifestare a più livelli e con diversa intensità e frequenza derivando da molteplici cause. Esistono difficoltà che riguardano principalmente la sfera dell’ apprendimento e dell’acquisizione delle competenze scolastiche adeguate all’età che possono dipendere [...]]]></description>
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<p>Le difficoltà scolastiche sono spesso il primo segnale di disagio manifestato dai nostri figli, sia bambini che adolescenti. Tali difficoltà si possono manifestare a più livelli e con diversa intensità e frequenza derivando da molteplici cause. Esistono difficoltà che riguardano principalmente la sfera dell’ apprendimento e dell’acquisizione delle competenze scolastiche adeguate all’età che possono dipendere da patologie dell’età dello sviluppo. Esistono poi difficoltà che riguardano in maniera più evidente il comportamento, come ad esempio l’iperattività, che possono dipendere anch’esse o da un disturbo dell’età evolutiva o essere espressione di un disagio che il bambino/ragazzo sta vivendo in ambito scolastico e/o familiare. A volte si manifestano quadri sintomatologici che coinvolgono sia un piano più strettamente cognitivo che un piano comportamentale.<br />
In ogni caso è opportuno prendere in seria considerazione i messaggi che i nostri ragazzi ci inviano in maniera più o meno consapevole, più o meno diretta o eclatante. E’ importante cercare di comprendere in maniera il più chiara possibile quale sia la causa del malessere ed adottare la strategia migliore per affrontarla.<br />
Nel caso delle difficoltà di apprendimento molto spesso non si tratta di patologie vere e proprie o di carenze nello sviluppo cognitivo, più spesso il bambino o il ragazzo non ha trovato o non è stato aiutato a trovare le modalità più consone al suo stile cognitivo e al suo modo di apprendere, elaborare e memorizzare le informazioni. Oppure non si è sentito adeguatamente motivato, incoraggiato e valorizzato per i suoi risultati. Questo può determinare un vissuto di fallimento che va a ripercuotersi sull’autostima e sul vissuto emotivo personale. Le emozioni connesse sono spesso quelle di tristezza ed i pensieri associati del tipo “non ce la farò mai, non sarò mi abbastanza bravo” oppure di ansia nei confronti delle prestazioni scolastiche accompagnate a volte da condotte di evitamento. Mal di pancia o mal di testa che si presentano in concomitanza di verifiche o interrogazioni sono spesso il segnale di un disagio ed una difficoltà ad affrontare la situazione, non solo una mancanza di interesse per la scuola o mancanza di applicazione nello studio. Altre volte ancora lo scarso interesse per la scuola, la mancanza di motivazione ed il conseguente peggioramento dei risultati scolastici non hanno niente a che vedere con problematiche legate a difficoltà nell’apprendimento ma hanno a che fare con problemi e difficoltà che il bambino/ragazzo vive in altri contesti, sono spesso espressione di difficoltà relazionali che si traducono in disagio emotivo comportando un peggioramento sia dell’umore che del comportamento dei soggetti.<br />
Una volta manifestati i problemi è importante che si instauri una buona comunicazione tra insegnanti e genitori che garantisca una adeguata condivisione dei problemi e la conseguente messa in atto di strategie utili ed efficaci per affrontarli. La scuola è spesso carente di risorse e vive le difficoltà presentate dai bambini/ragazzi come un ulteriore limite allo svolgimento dell’attività didattica e al buon andamento della classe. I genitori d’altra parte spesso sottovalutano la preoccupazione degli insegnanti e ritengono che i comportamenti dei figli derivino da una non adeguata capacità di gestione di questi ultimi. Ciò avviene soprattutto nel caso in cui i problemi del ragazzo si manifestano principalmente in ambito scolastico e non nell’ambiente familiare, suscitando il dubbio che l’insegnante esageri la situazione. E’ poi evidente che un bambino o ragazzo che manifesta un qualsiasi tipo di disagio pone necessariamente gli adulti intorno a lui nella condizione di mettersi in discussione nel tentativo di comprendere la propria responsabilità e il proprio ruolo nella situazione. Spesso il senso di colpa provato o il riconoscimento delle proprie difficoltà personali portano a sottovalutare il problema, a pensare che si tratta di un momento passeggero legato all’età, che la colpa sia di qualcun’altro che non è in grado di gestire la situazione in maniera adeguata. E così non si fa altro che negare o “rimandare” il problema con il conseguente accrescimento del disagio e delle problematiche manifestate. Tra l’altro un positivo ed adeguato percorso scolastico è ovviamente fondamentale per il buono sviluppo dei nostri figli e quindi i genitori vivono con forte preoccupazione questo tipo di problemi. E’ quindi fondamentale che un esperto esterno valuti la situazione in maniera oggettiva e che tenga in considerazione tutte le variabili del soggetto coinvolte, cognitive ed emotive, per inquadrare al meglio il problema e porre in atto interventi tempestivi che consentano al bambino/ragazzo a vivere il proprio percorso scolastico con soddisfazione e benessere.</p>
</div>
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